Cuba in una nuova dinamica internazionale
di Ernesto Gómez Abascal
18/02/2009
L’embargo che gli Stati Uniti hanno mantenuto contro Cuba per quasi 50 anni ci ha enormemente danneggiato, causandoci danni che arrivano a più di 90 mila milioni di dollari.
Eppure, non sono mai riusciti ad isolarci completamente fallendo nel tentativo di impedire la nostra influenza in campo internazionale, anche nei casi in cui si limita ad un’influenza di carattere morale e politica. Il nostro esempio di resistenza e dignità è stata forse la nostra arma più forte.
Affrontando la potenza egemonica mondiale, che si pensava padrona del mondo dopo la scomparsa del socialismo in URSS e in Europa Orientale, non abbiamo ceduto i nostri principi e ci siamo mantenuti fermi nelle nostre idee e nella difesa dell’indipendenza nazionale.
Abbiamo fornito un valoroso esempio di come un piccolo paese, situato lungo le coste dell’Impero, costretto ad un rigoroso blocco economico, vittima di una politica aggressiva e di permanenti campagne di disinformazione che a volte si trasformano in autentico terrorismo mediatico, non solo può resistere ma addirittura avanzare, raggiungendo successi sociali in educazione, sanità impiego, cultura, sport, sicurezza, difesa ed altro che restano autentici “sogni” per i paesi del Terzo Mondo.
Tutto ciò ha reso il nostro paese un punto di riferimento ed una potenza morale a livello mondiale.
Oggi, mentre l’impero è immerso in una profonda crisi economica e morale e sta vivendo l’erosione della sua potenza egemonica in un mondo che sembra avanzare sempre più rapido verso una multipolarità, Cuba si erge ancora quale punto di riferimento per molti paesi.
L’Isola ha ottenuto dei successi come Presidente dell’Organizzazione dei Paesi Non Allineati nel riattivare il ruolo di quest’istituzione. Il suo ruolo è stato decisivo nel cambiare il carattere della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU a Ginevra, che era subordinata agli interessi politici dei potenti, trasformandola in un nuovo Consiglio dei Diritti Umani dove regna l’uguaglianza e tutti i paesi contano allo stesso modo. I potenti USA sono rimasti fuori da questo Consiglio, come castigo per l’uso di una doppia morale utile solo a giudicare i paesi scomodi e a proteggere i loro soci, pure quando questi violavano i diritti umani in modo scandaloso, come nel caso di Israele, per citarne uno. Cuba si è distinta nel denunciare l’ipocrisia degli Stati Uniti e dei suoi alleati dell’Europa Occidentale a proposito dell’uso dell’argomento della violazione dei diritti umani, e proprio questa è la ragione per cui la vecchia Commissione è entrata in crisi fino alla nascita di un nuovo Consiglio, con una composizione più giusta ed equilibrata.
Uno dei motivi che hanno reso evidente la mancanza di morale dei paesi potenti è stato il mancato sostegno (per due anni) della proposta cubana di indagare su quanto accadeva nella ormai tristemente nota Base Navale di Guantanamo, trasformata in campo di concentramento e tortura. Come nell’Inferno di Dante, all’ingresso della base vi era un cartello che diceva: “Abbandonate ogni speranza”.
Obama ha detto che farà finire questa vergogna. Stiamo a vedere.
Il prestigio di Cuba, la sua forza morale e dignità, le aprono ampi spazi nel nuovo scenario internazionale che si sta già scorgendo. Negli ultimi quattro mesi, 23 capi di Stato e Governi ci hanno fatto visita. In ordine cronologico sono i seguenti. In novembre il Presidente della Repubblica Popolare Cinese e il Presidente della Repubblica Federale Russa. In dicembre 14 massimi dirigenti del Caricom, l’organizzazione che riunisce i presidenti dei paesi dei Carabi. In gennaio Martín Torrijos (Panama), Rafael Correa (Ecuador), José Ma.Pereira (Capo Verde), Cristina Fernández (Argentina). In febbraio Bachellet (Cile), Pohanda (Namibia), Alvaro Colon (Guatemala). Con tutti questi paesi manteniamo un crescente commercio e collaborazione, in quasi tutti ci sono dei collaboratori cubani della sanità o che partecipano a campagne di alfabetizzazione.
Il Presidente Raúl Castro nella seconda metà di dicembre si è recato in Venezuela, paese che con il governo di Chavez si è trasformato nel principale socio commerciale di Cuba, e Brasile, dove oltre a compiere un’importantissima visita bilaterale, ha partecipato a quattro Conferenze: Mercato Comune del Sud, Comunità dei Paesi del Sud, Gruppo di Rio e la prima Conferenza dell’America e dei Carabi. L’ingresso di Cuba nel Gruppo di Rio è stato accolto per acclamazione, ed è stato chiesto agli USA (all’unanimità) di porre fine all’embargo.
Per la prima volta i dirigenti latinoamericani si sono riuniti senza la presenza di potenze extraterritoriali e guidati dagli insegnamenti di José Martí e Simón Bolivar, perciò l’America Latina ora è una sola, dal Rio Grande alla Patagonia.
Si apre un’epoca nuova, che non ci farà mai più tornare ad essere il cortile di casa dell’Impero.
Più recentemente, nel mese di febbraio, il presidente cubano ha fatto una visita in Russia dove sono stati firmati importanti accordi e dov’è stata riaffermato il recupero del carattere strategico dei rapporti fra i nostri paesi. Ha pure visitato la Repubblica Popolare di Angola, con cui non ci sono soltanto dei legami storici importantissimi, ma una crescente collaborazione economica e commerciale, e finalmente l’Algeria, paese tradizionalmente alleato a cui siamo legati da rapporti profondi.
Questi sono segnali promettenti per una nuova e positiva dinamica internazionale i cui segni appaiono in altre regioni del mondo, da cui non siamo poi così lontani, bisogna solo saperli interpretare.
Ankara, 16 febbraio 2009.
da Rebelión - www.rebelion.org/noticia.php?id=81009
Traduzione dallo spagnolo per www.resitenze.org di FR
giovedì 26 febbraio 2009
mercoledì 25 febbraio 2009
Mohamed Hassan risponde alle domande su Hamas:“Gaza è un posto normale con gente normale”
Intervista (II parte) a cura di Grégoire Lalieu & Michel Collon
Molti lettori hanno reagito positivamente alla nostra intervista a Mohamed Hassan su Hamas. Infatti, un certo numero di persone hanno espresso un loro bisogno di informazione chiara, precisa e contestuale. Proprio per questo, abbiamo realizzato una serie di interviste con questo nostro specialista su questioni del Medio Oriente, raggruppate nella cartella “Comprendere il mondo Musulmano”. Il nostro obiettivo è di fornirvi le chiavi per capire le problematiche specifiche di questa regione, ricca di risorse e concupita dalle grandi potenze. Il successivo capitolo di questa cartella riguarderà la crisi nel Darfur e verrà pubblicato nel mese prossimo.
Alcuni lettori hanno posto domande conseguenti alla precedente intervista, sintetizzate di seguito. Mohamed Hassan risponde attraverso questo secondo incontro, che chiude il primo capitolo dedicato ad Hamas.
Hamas viene presentato come un movimento terrorista e fondamentalista. Ma dal punto di vista sociologico, qual’è la natura dei dirigenti e degli attivisti militanti che compongono Hamas?
Mohamed Hassan. Prima di tutto, quello che dovete sapere è che Gaza è un posto normale con gente normale. Ma, in una situazione neo-colonialista, Israele non consente lo sviluppo dell’economia Palestinese, in quanto questo costituisce un effettivo pericolo per Israele.
Gaza ha una buona base concreta di artigianato tradizionale. È per questa ragione che Arafat si è espresso in questi termini al Parlamento Europeo: “Se voi ci aiutate, trasformeremo la nostra regione in una nuova Singapore. Se non lo farete, diverremo la Somalia!”
Israele ha paura di tutto ciò. Questa è la ragione per cui soffoca l’economia della Palestina, per conservare il monopolio, non avere concorrenza. A Gaza esiste una società urbana con persone decisamente attive: intellettuali, impiegati, piccoli borghesi, associazioni femminili, uomini di affari che operano nell’import-export... Tutte queste categorie contribuiscono alla composizione di Hamas come movimento nazionalista. Potrete trovarvi anche contadini, ma in percentuale veramente piccola. Infatti, Gaza è una delle zone più densamente popolate al mondo, e questo comporta che non vi è molta da terra da sfruttare nelle coltivazioni.
Quindi, Hamas è composta da tutte le classi della società Palestinese. Questo, non produce contraddizioni all’interno del movimento?
Mohamed Hassan. Naturalmente, non si tratta di un movimento omogeneo, ma, al presente, è Hamas che sta unificando tutte queste persone in un’azione di resistenza. E il principale motivo di controversia all’interno del movimento è quello di essere più o meno radicali in questa battaglia.
Io so che molti Europei si augurano che la resistenza possa essere guidata da un movimento maggiormente progressista, ma la Storia non è una scienza esatta.
Permettetemi un confronto con l’Indonesia. Il primo movimento anticolonialista è stato Sarakat al Islam, un movimento nazionalista Islamico creato nel 1920 per lottare contro l’occupazione Olandese. In questa situazione, Lenin inviava in Indonesia un comunista Olandese, Henk Sneevliet. Quando questo è arrivato in Indonesia, vi ha trovato quel giovane movimento Islamico nazionalista. Cosa avreste fatto in quella situazione? Henk Sneevliet decise di lavorare con quelli. Egli era veramente saggio e paziente e trasformò il movimento in un movimento comunista, che diverrà in seguito il Partito Comunista d’Indonesia, il partito comunista secondo per importanza di tutta l’Asia. In politica, la pazienza è l’essenziale!
Ci sono comunisti in Palestina? È possibile con Hamas un’alleanza come quella che Hezbollah ha realizzato con i comunisti del Libano nel 2006?
Mohamed Hassan. In Palestina e negli altri paesi Musulmani, si ha la necessità di determinati comunisti come quell’Olandese; comunisti che con la pazienza, la visione, l’indipendenza delle loro idee sviluppino la loro tattica “sul campo”. Non si ha alcun bisogno di quelli che io definisco come “comunisti del fax”, comunisti che danno ordini e disposizioni dall’esterno. Tutte le rivoluzioni che hanno avuto successo, sono state realizzate da forze interne. Invece, molti comunisti Arabi sono come il pepe piccante, rossi all’esterno e bianchi di dentro! Ogni comunista Arabo deve impegnarsi con la base specifica della sua zona. In Palestina, potrebbero trovare sul terreno molti elementi democratici che vogliono contrastare l’occupazione. Se questi elementi sono rappresentati da Hamas, i comunisti devono stringersi a loro e con loro collaborare.
Si sa, io posso avere punti di vista diversi con mia moglie, con mio figlio, con mia figlia, con il mio cane e il mio gatto! Ma tutti questi contrasti stanno all’interno della mia famiglia, e io devo risolverli con la discussione e il negoziato. Invece, se qualcuno mi punta contro un’arma, questo diverrà il più importante momento di dissidio! I comunisti Palestinesi hanno da fare chiarezza su chi sono i loro alleati e chi sono i loro nemici. Loro possono avere contrasti con Hamas e gli altri partiti. Devono necessariamente chiarirsi con costoro, in famiglia, dato che questi contrasti sono di secondaria importanza rispetto al problema che hanno con Israele.
Lei ha fatto riferimento ad una somiglianza tra Hamas e l’IRA, il movimento Cattolico Irlandese che si sta battendo per la totale indipendenza dell’Irlanda. Ma l’IRA non ha mai cercato di instaurare uno stato religioso. Non è forse questo punto che blocca i progressisti Europei nel fornire appoggio ad Hamas?
Mohamed Hassan. Prima vi ho parlato del movimento Islamico in Indonesia. Il loro programma di massima era di cacciare dall’Indonesia gli Olandesi e di instaurare un regime Islamico. Ma questo movimento cambiò in modo autonomo e si trasformò in seguito nel Partito Comunista di Indonesia. Che evoluzione avrà Hamas? Noi non abbiamo la sfera di cristallo.
Come ho già detto, la Storia non è una scienza esatta. Hamas ha un suo programma di massima, ma attualmente il suo compito principale è la resistenza contro lo Stato Sionista. Domani, ci potrebbe essere una combinazione di fattori diversi, come una nuova dirigenza e nuove idee che potrebbero indurre Hamas a scegliere un percorso rivoluzionariamente democratico. Il fatto è che i progressisti che vogliono partecipare alla lotta per i Palestinesi vogliono anche avere assicurazioni complete che ogni cosa andrà a buon fine. Ma non sono mai possibili garanzie complete. Chi avrebbe potuto profetizzare la degenerazione del partito comunista sovietico, che aveva fatto la prima rivoluzione socialista in un paese e aveva appoggiato tutti i movimenti contro il colonialismo nel mondo? Nessuno si sarebbe aspettato che Arafat avrebbe negoziato gli Accordi di Oslo con quelle particolari modalità. Adesso siamo a questo punto: Hamas è la resistenza! Non assegno loro il mio favore quando si tratta della loro posizione nei confronti delle donne, rispetto al loro programma economico o alle loro idee fatalistiche. Io sostengo Hamas su un punto, il più importante: loro sono resistenti nazionalisti che lottano sul campo. E chi potrebbe prevedere quello che avverrà domani? Voi potete riscontrare anche movimenti Islamici che sono diventati agenti filo-imperialisti, come in Afghanistan o nell’Arabia Saudita. Perché questa gente, che mette sotto lente di ingrandimento Hamas, non rivolge la propria attenzione anche verso questi paesi?
Amnesty condanna Hamas per l’eliminazione dopo la guerra di qualche oppositore all’interno della società Palestinese. Cosa può dirci su questo? Mohamed Hassan. Certamente, durante ogni conflitto, si possono registrare accidenti o eccessi. Ma anche un problema ben più grave: quello degli infiltrati. Una guerra non consiste solo nello spararsi con le armi, è anche un evento politico. Israele non aggredisce i Palestinesi solamente con le bombe, ma li attacca anche dall’interno, creando nemici interni.
Con l’Egitto e la Giordania, Israele ha messo in atto un sistema veramente sofisticato di servizi di spionaggio. Con l’aiuto di questi paesi, Israele vuole stroncare la resistenza Palestinese ed Hamas. Con tutti i denari che hanno per le mani, gli Israeliani possono pagare i traditori. Questi infiltrati fanno uso di cellulari e si mettono in contatto con l’Egitto o la Giordania. Quindi, le informazioni passano ad Israele.
Israele vuole tagliare la testa, la dirigenza, di Hamas per stroncare il movimento. Per fare questo, devono sapere dove abitano coloro che devono bombardare. Dovete tenere ben presente qualcosa di importante: il primo attacco di Israele è stato contro una stazione di polizia di Gaza in un momento ben specifico, l’approntamento delle squadre. Esattamente questo è stato il momento particolare in cui si realizzava il massimo della concentrazione di poliziotti nella stazione. Come faceva Israele a saperlo? Mediante i suoi informatori. Questa è una guerra, non un ricevimento in salotto! Hamas si sta difendendo.
Perchè Hamas di recente si è appropriato degli aiuti dell’ONU?
Mohamed Hassan. Io penso che Hamas sia stato intelligente ed abile quando ha fatto questo. Fatemi spiegare. Dall’UNRWA (Ente delle Nazioni Unite per il soccorso ai rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente), e solo da questa Agenzia, potevano arrivare a Gaza alimenti ed aiuti, ed Israele poteva da questo ottenere informazioni di natura tattica. Un importante punto in questione è che la guerra è stata accesa da Israele il 27 dicembre sulla base di informazioni di intelligence che a Gaza vi era assoluta penuria di cibo. Questo è come Israele ha proceduto: primo, hanno chiuso ermeticamente i confini per essere sicuri che non arrivasse cibo; poi, hanno attaccato, sapendo che i Palestinesi non avrebbero potuto resistere più di dieci giorni. Tsahal (l’esercito di Israele) bombardava i depositi dell’ONU pensando che senza cibo la popolazione si sarebbe rivoltata contro Hamas. Invece, dopo dodici giorni, la resistenza stava continuando ed Israele fermava i bombardamenti sui depositi dell’ONU. Ritengo che, in futuro, Hamas non permetterà che il cibo venga bruciato ancora dalle bombe Israeliane. Questa è la ragione per cui hanno voluto provvedere in modo autonomo alla distribuzione degli aiuti.
Perché Hamas lancia ancora razzi, quando Israele usa questo fatto per la sua guerra di propaganda, ed inoltre ciò provoca repressioni sulla popolazione Palestinese? Sono proprio utili questi “Qassam”?
Mohamed Hassan. Per il topo, l’animale più pericoloso è il gatto. Lui, non teme il leone o l’ippopotamo. E per il gatto, il cibo più delizioso è un ratto. Questo è il livello in cui si colloca la logica dei Qassam. I Qassam dimostrano la violazione dell’embargo e lanciano il segnale del rifiuto della concentrazione del popolo Palestinese a vivere in un ghetto. È un messaggio lanciato da un popolo oppresso: “Noi siamo ancora vivi e noi continueremo la resistenza”. È anche un messaggio ai cittadini Israeliani che pensano che l’esercito e il governo possano assicurare loro la sicurezza. Ma dopo sessanta anni, la sicurezza della loro nazione non è ancora garantita. Esiste un certo numero di persone che stanno andandosene da Israele, tanto che il governo ha un problema con una crisi demografica. Questo, perché hanno scatenato una guerra crudele per stroncare Hamas. E per avere ancora Ebrei bastanti a tentare di risolvere la crisi demografica, alcuni dirigenti Israeliani sono andati ad arrampicarsi sulle montagne del Perù! Hanno convertito Indios all’Ebraismo (***), li hanno portati sui confini di Israele, a far fronte contro il nemico. Questi Indios hanno ricevuto case ed armi. Costoro sono i nuovi coloni. Resta il fatto che all’interno di Israele possono vivere tutti, Tranne che i Palestinesi!
Per la precedente intervista a Mohamed Hassan – Come è possibile spiegare il successo di Hamas? vedi http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Febbraio09/20-02-09IntervistaHassan.htm
(***)Nota del traduttore. Sulla questione di questi convertiti consultare ad esempiowww.spazioforum.net/forum/index.php?act=Print&client=wordr&f=15&t=5975
a http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-23%2017:40:02&log=invites
(Traduzione dall’inglese a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Molti lettori hanno reagito positivamente alla nostra intervista a Mohamed Hassan su Hamas. Infatti, un certo numero di persone hanno espresso un loro bisogno di informazione chiara, precisa e contestuale. Proprio per questo, abbiamo realizzato una serie di interviste con questo nostro specialista su questioni del Medio Oriente, raggruppate nella cartella “Comprendere il mondo Musulmano”. Il nostro obiettivo è di fornirvi le chiavi per capire le problematiche specifiche di questa regione, ricca di risorse e concupita dalle grandi potenze. Il successivo capitolo di questa cartella riguarderà la crisi nel Darfur e verrà pubblicato nel mese prossimo.
Alcuni lettori hanno posto domande conseguenti alla precedente intervista, sintetizzate di seguito. Mohamed Hassan risponde attraverso questo secondo incontro, che chiude il primo capitolo dedicato ad Hamas.
Hamas viene presentato come un movimento terrorista e fondamentalista. Ma dal punto di vista sociologico, qual’è la natura dei dirigenti e degli attivisti militanti che compongono Hamas?
Mohamed Hassan. Prima di tutto, quello che dovete sapere è che Gaza è un posto normale con gente normale. Ma, in una situazione neo-colonialista, Israele non consente lo sviluppo dell’economia Palestinese, in quanto questo costituisce un effettivo pericolo per Israele.
Gaza ha una buona base concreta di artigianato tradizionale. È per questa ragione che Arafat si è espresso in questi termini al Parlamento Europeo: “Se voi ci aiutate, trasformeremo la nostra regione in una nuova Singapore. Se non lo farete, diverremo la Somalia!”
Israele ha paura di tutto ciò. Questa è la ragione per cui soffoca l’economia della Palestina, per conservare il monopolio, non avere concorrenza. A Gaza esiste una società urbana con persone decisamente attive: intellettuali, impiegati, piccoli borghesi, associazioni femminili, uomini di affari che operano nell’import-export... Tutte queste categorie contribuiscono alla composizione di Hamas come movimento nazionalista. Potrete trovarvi anche contadini, ma in percentuale veramente piccola. Infatti, Gaza è una delle zone più densamente popolate al mondo, e questo comporta che non vi è molta da terra da sfruttare nelle coltivazioni.
Quindi, Hamas è composta da tutte le classi della società Palestinese. Questo, non produce contraddizioni all’interno del movimento?
Mohamed Hassan. Naturalmente, non si tratta di un movimento omogeneo, ma, al presente, è Hamas che sta unificando tutte queste persone in un’azione di resistenza. E il principale motivo di controversia all’interno del movimento è quello di essere più o meno radicali in questa battaglia.
Io so che molti Europei si augurano che la resistenza possa essere guidata da un movimento maggiormente progressista, ma la Storia non è una scienza esatta.
Permettetemi un confronto con l’Indonesia. Il primo movimento anticolonialista è stato Sarakat al Islam, un movimento nazionalista Islamico creato nel 1920 per lottare contro l’occupazione Olandese. In questa situazione, Lenin inviava in Indonesia un comunista Olandese, Henk Sneevliet. Quando questo è arrivato in Indonesia, vi ha trovato quel giovane movimento Islamico nazionalista. Cosa avreste fatto in quella situazione? Henk Sneevliet decise di lavorare con quelli. Egli era veramente saggio e paziente e trasformò il movimento in un movimento comunista, che diverrà in seguito il Partito Comunista d’Indonesia, il partito comunista secondo per importanza di tutta l’Asia. In politica, la pazienza è l’essenziale!
Ci sono comunisti in Palestina? È possibile con Hamas un’alleanza come quella che Hezbollah ha realizzato con i comunisti del Libano nel 2006?
Mohamed Hassan. In Palestina e negli altri paesi Musulmani, si ha la necessità di determinati comunisti come quell’Olandese; comunisti che con la pazienza, la visione, l’indipendenza delle loro idee sviluppino la loro tattica “sul campo”. Non si ha alcun bisogno di quelli che io definisco come “comunisti del fax”, comunisti che danno ordini e disposizioni dall’esterno. Tutte le rivoluzioni che hanno avuto successo, sono state realizzate da forze interne. Invece, molti comunisti Arabi sono come il pepe piccante, rossi all’esterno e bianchi di dentro! Ogni comunista Arabo deve impegnarsi con la base specifica della sua zona. In Palestina, potrebbero trovare sul terreno molti elementi democratici che vogliono contrastare l’occupazione. Se questi elementi sono rappresentati da Hamas, i comunisti devono stringersi a loro e con loro collaborare.
Si sa, io posso avere punti di vista diversi con mia moglie, con mio figlio, con mia figlia, con il mio cane e il mio gatto! Ma tutti questi contrasti stanno all’interno della mia famiglia, e io devo risolverli con la discussione e il negoziato. Invece, se qualcuno mi punta contro un’arma, questo diverrà il più importante momento di dissidio! I comunisti Palestinesi hanno da fare chiarezza su chi sono i loro alleati e chi sono i loro nemici. Loro possono avere contrasti con Hamas e gli altri partiti. Devono necessariamente chiarirsi con costoro, in famiglia, dato che questi contrasti sono di secondaria importanza rispetto al problema che hanno con Israele.
Lei ha fatto riferimento ad una somiglianza tra Hamas e l’IRA, il movimento Cattolico Irlandese che si sta battendo per la totale indipendenza dell’Irlanda. Ma l’IRA non ha mai cercato di instaurare uno stato religioso. Non è forse questo punto che blocca i progressisti Europei nel fornire appoggio ad Hamas?
Mohamed Hassan. Prima vi ho parlato del movimento Islamico in Indonesia. Il loro programma di massima era di cacciare dall’Indonesia gli Olandesi e di instaurare un regime Islamico. Ma questo movimento cambiò in modo autonomo e si trasformò in seguito nel Partito Comunista di Indonesia. Che evoluzione avrà Hamas? Noi non abbiamo la sfera di cristallo.
Come ho già detto, la Storia non è una scienza esatta. Hamas ha un suo programma di massima, ma attualmente il suo compito principale è la resistenza contro lo Stato Sionista. Domani, ci potrebbe essere una combinazione di fattori diversi, come una nuova dirigenza e nuove idee che potrebbero indurre Hamas a scegliere un percorso rivoluzionariamente democratico. Il fatto è che i progressisti che vogliono partecipare alla lotta per i Palestinesi vogliono anche avere assicurazioni complete che ogni cosa andrà a buon fine. Ma non sono mai possibili garanzie complete. Chi avrebbe potuto profetizzare la degenerazione del partito comunista sovietico, che aveva fatto la prima rivoluzione socialista in un paese e aveva appoggiato tutti i movimenti contro il colonialismo nel mondo? Nessuno si sarebbe aspettato che Arafat avrebbe negoziato gli Accordi di Oslo con quelle particolari modalità. Adesso siamo a questo punto: Hamas è la resistenza! Non assegno loro il mio favore quando si tratta della loro posizione nei confronti delle donne, rispetto al loro programma economico o alle loro idee fatalistiche. Io sostengo Hamas su un punto, il più importante: loro sono resistenti nazionalisti che lottano sul campo. E chi potrebbe prevedere quello che avverrà domani? Voi potete riscontrare anche movimenti Islamici che sono diventati agenti filo-imperialisti, come in Afghanistan o nell’Arabia Saudita. Perché questa gente, che mette sotto lente di ingrandimento Hamas, non rivolge la propria attenzione anche verso questi paesi?
Amnesty condanna Hamas per l’eliminazione dopo la guerra di qualche oppositore all’interno della società Palestinese. Cosa può dirci su questo? Mohamed Hassan. Certamente, durante ogni conflitto, si possono registrare accidenti o eccessi. Ma anche un problema ben più grave: quello degli infiltrati. Una guerra non consiste solo nello spararsi con le armi, è anche un evento politico. Israele non aggredisce i Palestinesi solamente con le bombe, ma li attacca anche dall’interno, creando nemici interni.
Con l’Egitto e la Giordania, Israele ha messo in atto un sistema veramente sofisticato di servizi di spionaggio. Con l’aiuto di questi paesi, Israele vuole stroncare la resistenza Palestinese ed Hamas. Con tutti i denari che hanno per le mani, gli Israeliani possono pagare i traditori. Questi infiltrati fanno uso di cellulari e si mettono in contatto con l’Egitto o la Giordania. Quindi, le informazioni passano ad Israele.
Israele vuole tagliare la testa, la dirigenza, di Hamas per stroncare il movimento. Per fare questo, devono sapere dove abitano coloro che devono bombardare. Dovete tenere ben presente qualcosa di importante: il primo attacco di Israele è stato contro una stazione di polizia di Gaza in un momento ben specifico, l’approntamento delle squadre. Esattamente questo è stato il momento particolare in cui si realizzava il massimo della concentrazione di poliziotti nella stazione. Come faceva Israele a saperlo? Mediante i suoi informatori. Questa è una guerra, non un ricevimento in salotto! Hamas si sta difendendo.
Perchè Hamas di recente si è appropriato degli aiuti dell’ONU?
Mohamed Hassan. Io penso che Hamas sia stato intelligente ed abile quando ha fatto questo. Fatemi spiegare. Dall’UNRWA (Ente delle Nazioni Unite per il soccorso ai rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente), e solo da questa Agenzia, potevano arrivare a Gaza alimenti ed aiuti, ed Israele poteva da questo ottenere informazioni di natura tattica. Un importante punto in questione è che la guerra è stata accesa da Israele il 27 dicembre sulla base di informazioni di intelligence che a Gaza vi era assoluta penuria di cibo. Questo è come Israele ha proceduto: primo, hanno chiuso ermeticamente i confini per essere sicuri che non arrivasse cibo; poi, hanno attaccato, sapendo che i Palestinesi non avrebbero potuto resistere più di dieci giorni. Tsahal (l’esercito di Israele) bombardava i depositi dell’ONU pensando che senza cibo la popolazione si sarebbe rivoltata contro Hamas. Invece, dopo dodici giorni, la resistenza stava continuando ed Israele fermava i bombardamenti sui depositi dell’ONU. Ritengo che, in futuro, Hamas non permetterà che il cibo venga bruciato ancora dalle bombe Israeliane. Questa è la ragione per cui hanno voluto provvedere in modo autonomo alla distribuzione degli aiuti.
Perché Hamas lancia ancora razzi, quando Israele usa questo fatto per la sua guerra di propaganda, ed inoltre ciò provoca repressioni sulla popolazione Palestinese? Sono proprio utili questi “Qassam”?
Mohamed Hassan. Per il topo, l’animale più pericoloso è il gatto. Lui, non teme il leone o l’ippopotamo. E per il gatto, il cibo più delizioso è un ratto. Questo è il livello in cui si colloca la logica dei Qassam. I Qassam dimostrano la violazione dell’embargo e lanciano il segnale del rifiuto della concentrazione del popolo Palestinese a vivere in un ghetto. È un messaggio lanciato da un popolo oppresso: “Noi siamo ancora vivi e noi continueremo la resistenza”. È anche un messaggio ai cittadini Israeliani che pensano che l’esercito e il governo possano assicurare loro la sicurezza. Ma dopo sessanta anni, la sicurezza della loro nazione non è ancora garantita. Esiste un certo numero di persone che stanno andandosene da Israele, tanto che il governo ha un problema con una crisi demografica. Questo, perché hanno scatenato una guerra crudele per stroncare Hamas. E per avere ancora Ebrei bastanti a tentare di risolvere la crisi demografica, alcuni dirigenti Israeliani sono andati ad arrampicarsi sulle montagne del Perù! Hanno convertito Indios all’Ebraismo (***), li hanno portati sui confini di Israele, a far fronte contro il nemico. Questi Indios hanno ricevuto case ed armi. Costoro sono i nuovi coloni. Resta il fatto che all’interno di Israele possono vivere tutti, Tranne che i Palestinesi!
Per la precedente intervista a Mohamed Hassan – Come è possibile spiegare il successo di Hamas? vedi http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Febbraio09/20-02-09IntervistaHassan.htm
(***)Nota del traduttore. Sulla questione di questi convertiti consultare ad esempiowww.spazioforum.net/forum/index.php?act=Print&client=wordr&f=15&t=5975
a http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-23%2017:40:02&log=invites
(Traduzione dall’inglese a cura di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
martedì 24 febbraio 2009
Bolivia. 40 mila ettari di terra dai latifondisti agli indigeni
Un'altra buona notizia arriva dalla Bolivia, dove ben quarantamila ettari di terreno vengono sottratti al latifondo per essere messi direttamente a disposizione degli indios guaranì.
La decisione del governo di Evo Morales ha colpito cinque famiglie del dipartimento di Santa Cruz, covo della rivolta anti-Morales e delle formazioni politiche dei latifondisti boliviani di estrema destra e filo statunitensi.
Uno dei lotti sequestrati e riassegnati era gestito proprio dalla statunitense Custon Larsen Metenbrink, che esercitava la proprietà su un appezzamento di terreno sottratto illegalmente alla 'Riserva privata del patrimonio naturalistico'.È così che i quarantamila ettari di terreno passeranno dalle cinque famiglie latifondiste a 65 piccoli proprietari terrireri (uno a tredici).
La resistenza alla nuova destinazione delle terre è stata forte e violenta, durata mesi, con casi eclatanti come quello dell'Alto Papetì, dove ancora si registrano casi di schiavitù proprio fra le popolazioni guaranì. Proprio il vice ministro delle Terre, Alejandro Almaraz ha dichiarato all'agenzia boliviana Abi che risulta oltrmodo grottesco vedere come alcuni dei latifondisti abbiano parlato di ingiustizie e di scarsa tutela ricevuta nei tribunali, quando non si contano le testimoninazne di violenze, frustate e flagellazioni sui contadini nelle piazze pubbliche dei paesini, proprio per mano loro.
La terra torna agli indios a poche settimane dall'approvazione della nuova Costituzione fortemente voluta da Evo Morales e dal suo Movimento al Socialismo.
Grazie all'approvazione della nuova Charta si è messo fine allo strapotere dei latifondisti: il voto ha infatti stabilito che la proprietà privata della terra non dovrà superare i 5 mila ettari. In questo modo si eliminerà progressivamente il latifondo, promettono dal governo.
La decisione del governo di Evo Morales ha colpito cinque famiglie del dipartimento di Santa Cruz, covo della rivolta anti-Morales e delle formazioni politiche dei latifondisti boliviani di estrema destra e filo statunitensi.
Uno dei lotti sequestrati e riassegnati era gestito proprio dalla statunitense Custon Larsen Metenbrink, che esercitava la proprietà su un appezzamento di terreno sottratto illegalmente alla 'Riserva privata del patrimonio naturalistico'.È così che i quarantamila ettari di terreno passeranno dalle cinque famiglie latifondiste a 65 piccoli proprietari terrireri (uno a tredici).
La resistenza alla nuova destinazione delle terre è stata forte e violenta, durata mesi, con casi eclatanti come quello dell'Alto Papetì, dove ancora si registrano casi di schiavitù proprio fra le popolazioni guaranì. Proprio il vice ministro delle Terre, Alejandro Almaraz ha dichiarato all'agenzia boliviana Abi che risulta oltrmodo grottesco vedere come alcuni dei latifondisti abbiano parlato di ingiustizie e di scarsa tutela ricevuta nei tribunali, quando non si contano le testimoninazne di violenze, frustate e flagellazioni sui contadini nelle piazze pubbliche dei paesini, proprio per mano loro.
La terra torna agli indios a poche settimane dall'approvazione della nuova Costituzione fortemente voluta da Evo Morales e dal suo Movimento al Socialismo.
Grazie all'approvazione della nuova Charta si è messo fine allo strapotere dei latifondisti: il voto ha infatti stabilito che la proprietà privata della terra non dovrà superare i 5 mila ettari. In questo modo si eliminerà progressivamente il latifondo, promettono dal governo.
lunedì 23 febbraio 2009
L'agenda del movimento No War nei prossimi mesi
Raccogliendo l' APPELLO CONTRO LA GUERRA DELL'ASSEMBLEA FSM DI BELEM , Il Patto permanente contro la guerra in Italia chiama alla mobilitazione.
Si legge nell'appello:"Noi, movimenti per la pace e contro la guerra, riuniti durante il FSM di Belem, dichiariamo: che la NATO è un organismo militare il cui obiettivo è la dominazione militare, politica ed economica degli Usa nel mondo; in tal senso respingiamo la celebrazione del 60°anniversario della NATO che si terrà il 4 Aprile 2009 nella sede del Parlamento europeo nella città di Strasburgo in Francia. Per questo motivo lanciamo un appello alla mobilitazione mondiale per l'abolizione della NATO con manifestazioni in tutto il mondo in quella giornata, e in particolare per l'Europa a Strasburgo.Esigiamo lo smantellamento di tutte le basi militari straniere nel mondo. ..
Per ciò che riguarda l'Italia " Ci opponiamo alla costruzione di nuove basi come quella di Vicenza in Italia e di altre basi NATO in Europa. .E condanniamo anche la creazione di Africom, come strumento di controllo militare del continente africano,-il cui comando centrale e le cui basi logistiche sono previste in italia ( Vicenza, Napoli e Sigonella). ..Condanniamo lo stato di Israele per le politiche di aggressione ed occupazione nei territori palestinesi. Condanniamo i massacri commessi a Gaza e chiamiamo ad una giornata d'azione in solidarietà col popolo palestinese e per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele programmato per il 30 marzo 2009, giornata della Terra palestinese. Facciamo appello affinché in tutto il mondo vengano realizzate azioni di BDS. Per fare di questa giornata una giornata storica per il movimento antiapartheid vogliamo concentrare l'attenzione su:
1) azioni contro le multinazionali israeliane e internazionali che appoggiano l' occupazione e l'apartheid portati avanti da Israele; contro il libero commercio e gli accordi preferenziali con Israele e contro il commercio di armi con Israele;
2) azioni legali per mettere fine all'impunità di Israele e perseguire i suoi crimini di guerra attraverso Tribunali Internazionali e Nazionali."
In sintonia con queste istanze e questa volontà di lotta, il Patto contro la guerra definisce la propria agenda di iniziative secondo il seguente calendario:
- 18 febbraio 2009 a Roma, sit-in apiazza SS. Apostoli contro lo scudo spaziale presso la sede del Parlamento europeo-con presidi anche a Milano, Torino, Firenze, Trieste, Palermo, in collaborazione con la campagna Europe for peace;
-19 febbraio 2009 a Caltagirone-Niscemi in Sicilia, Assemblea- seminario: I pericoli della militarizzazione -Dal potenziamento di Sigonella alla costruzione del MUOS a Niscemi, in collaborazione con la campagna per la smilitarizzazione di Sigonella;
-14 marzo a NAPOLI- ASSEMBLEA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA NATO, in preparazione della mobilitazione a Strasburgo, per opporci al vecchio Patto Atlantico con le sue nuove strategie di guerra, tra cui l'installazione del nuovo comando per le guerre d'Africa in Italia a Napoli ( e a Vicenza e Sigonella). Mobilitazione il pomeriggio presso il porto nucleare di Napoli davanti al Comnando Centrale della NATO in collaborazione col Comitato pace disarmo e smilitarizzaizone di Napoli.
-17 marzo, a Terni, nell'anniversario del primo morto per la protesta contro il Patto Atlantico ( 1949) un operaio di Terni, iniziativa di mobilitazione in corso di preparazione;
-21 e 22 marzo a VICENZA - MEETING INTERNAZIONALE NEL X ANNIVERSARIO dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia "TARGET", promosso dal Coordinamento nazionale per la Jugoslavia e dalle reti Disarmiamoli, Semprecontrolaguerra, RdbCUB e Forum di Belgrado Italia.
- 30 marzo iniziativa per la PALESTINA in occasione della giornata della Terra, meeting in corso di preparazione.
- 4 APRILE VERTICE DELLA NATO A STRASBURGO PER IL 60° ANNIVERSARIO DEL PATTO ATLANTICO- MOBILITAZIONE EUROPEA "60 ANNI SONO GIA' TROPPI" per lo scioglimento della NATO ed il disarmo in Europa e nel Mediterraneo.
Per la manifestazione europea di Strasburgo verranno organizzati pullman in partenza da Milano e da Torino. Per ulteriori informazioni vedi il sito DISARMIAMOLI.ORG.
PATTO PERMANENTE CONTRO LA GUERRA
Si legge nell'appello:"Noi, movimenti per la pace e contro la guerra, riuniti durante il FSM di Belem, dichiariamo: che la NATO è un organismo militare il cui obiettivo è la dominazione militare, politica ed economica degli Usa nel mondo; in tal senso respingiamo la celebrazione del 60°anniversario della NATO che si terrà il 4 Aprile 2009 nella sede del Parlamento europeo nella città di Strasburgo in Francia. Per questo motivo lanciamo un appello alla mobilitazione mondiale per l'abolizione della NATO con manifestazioni in tutto il mondo in quella giornata, e in particolare per l'Europa a Strasburgo.Esigiamo lo smantellamento di tutte le basi militari straniere nel mondo. ..
Per ciò che riguarda l'Italia " Ci opponiamo alla costruzione di nuove basi come quella di Vicenza in Italia e di altre basi NATO in Europa. .E condanniamo anche la creazione di Africom, come strumento di controllo militare del continente africano,-il cui comando centrale e le cui basi logistiche sono previste in italia ( Vicenza, Napoli e Sigonella). ..Condanniamo lo stato di Israele per le politiche di aggressione ed occupazione nei territori palestinesi. Condanniamo i massacri commessi a Gaza e chiamiamo ad una giornata d'azione in solidarietà col popolo palestinese e per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele programmato per il 30 marzo 2009, giornata della Terra palestinese. Facciamo appello affinché in tutto il mondo vengano realizzate azioni di BDS. Per fare di questa giornata una giornata storica per il movimento antiapartheid vogliamo concentrare l'attenzione su:
1) azioni contro le multinazionali israeliane e internazionali che appoggiano l' occupazione e l'apartheid portati avanti da Israele; contro il libero commercio e gli accordi preferenziali con Israele e contro il commercio di armi con Israele;
2) azioni legali per mettere fine all'impunità di Israele e perseguire i suoi crimini di guerra attraverso Tribunali Internazionali e Nazionali."
In sintonia con queste istanze e questa volontà di lotta, il Patto contro la guerra definisce la propria agenda di iniziative secondo il seguente calendario:
- 18 febbraio 2009 a Roma, sit-in apiazza SS. Apostoli contro lo scudo spaziale presso la sede del Parlamento europeo-con presidi anche a Milano, Torino, Firenze, Trieste, Palermo, in collaborazione con la campagna Europe for peace;
-19 febbraio 2009 a Caltagirone-Niscemi in Sicilia, Assemblea- seminario: I pericoli della militarizzazione -Dal potenziamento di Sigonella alla costruzione del MUOS a Niscemi, in collaborazione con la campagna per la smilitarizzazione di Sigonella;
-14 marzo a NAPOLI- ASSEMBLEA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA NATO, in preparazione della mobilitazione a Strasburgo, per opporci al vecchio Patto Atlantico con le sue nuove strategie di guerra, tra cui l'installazione del nuovo comando per le guerre d'Africa in Italia a Napoli ( e a Vicenza e Sigonella). Mobilitazione il pomeriggio presso il porto nucleare di Napoli davanti al Comnando Centrale della NATO in collaborazione col Comitato pace disarmo e smilitarizzaizone di Napoli.
-17 marzo, a Terni, nell'anniversario del primo morto per la protesta contro il Patto Atlantico ( 1949) un operaio di Terni, iniziativa di mobilitazione in corso di preparazione;
-21 e 22 marzo a VICENZA - MEETING INTERNAZIONALE NEL X ANNIVERSARIO dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia "TARGET", promosso dal Coordinamento nazionale per la Jugoslavia e dalle reti Disarmiamoli, Semprecontrolaguerra, RdbCUB e Forum di Belgrado Italia.
- 30 marzo iniziativa per la PALESTINA in occasione della giornata della Terra, meeting in corso di preparazione.
- 4 APRILE VERTICE DELLA NATO A STRASBURGO PER IL 60° ANNIVERSARIO DEL PATTO ATLANTICO- MOBILITAZIONE EUROPEA "60 ANNI SONO GIA' TROPPI" per lo scioglimento della NATO ed il disarmo in Europa e nel Mediterraneo.
Per la manifestazione europea di Strasburgo verranno organizzati pullman in partenza da Milano e da Torino. Per ulteriori informazioni vedi il sito DISARMIAMOLI.ORG.
PATTO PERMANENTE CONTRO LA GUERRA
Report dell’assemblea nazionale del Forum Palestina
Sabato 21 febbraio a Roma si è svolta l’assemblea nazionale della rete del Forum Palestina. Buona la partecipazione (quasi un centinaio di presenze da molte città: da Catania a Torino, Novara, Milano, Pisa, Napoli, Terni, Viareggio, La Spezia, Bari, Taranto, Bologna, Ferrara, Roma ed altri).
L’assemblea, dopo le due introduzioni e il saluto di Kassem Ayna coordinatore delle ong palestinesi che operano nei campi profughi in Libano, ha diviso i suoi lavori in due commissioni: una sulla campagna di boicottaggio, l’altra sulla questione dello Stato Unico in Palestina e sulla situazione delle forze politiche nel campo palestinese.
Le commissioni hanno lavorato e discusso molto intensamente fino alle 17.00 ed hanno poi definito in assemblea plenaria sia il programma d’azione dei prossimi mesi sia gli orientamenti politici delle iniziative nella prossima fase.
I resoconti dettagliati delle due commissioni di lavoro e i documenti prodotti (soprattutto per la campagna di boicottaggio) saranno diffusi nei prossimi giorni.
Possiamo intanto anticipare alcuni appuntamenti e i temi dell’agenda:
- domenica 1° marzo parte la delegazione del Forum Palestina e dell’Udap diretta a Gaza e all’ospedale Al Awda per consegnare i fondi raccolti con la sottoscrizione popolare di questi due mesi
- Il 28-29-30 marzo sono state convocate tre giornate nazionali per il boicottaggio dell’economia israeliana. La terza, il 30 marzo, avviene nel quadro della giornata internazionale per il Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni contro Israele decisa la FSM di Belèm. Le caratteristiche e gli obiettivi di queste giornate saranno indicati nei prossimi giorni
- E’ stato deciso di lavorare ad un convegno contro il sionismo che apra apertamente una battaglia politica, storica, culturale e informativa su questo terreno
- Verranno avviati i contatti con il Comitato Internazionale per lo Stato Unico in Palestina onde verificare la possibilità di organizzare anche in Italia una conferenza sul tema in continuità con quelle di Madrid e Londra
- In occasione dell’8 marzo è stata proposta una iniziativa sulle condizione delle donne in Palestina e – una volta verificate le caratteristiche e la convocazione della manifestazione – una partecipazione alla manifestazione che evidenzi e rappresenti questa realtà
- Un gruppo di lavoro si impegna a rendere fattibile il progetto sulla Casa della memoria del popolo palestinese come strumento di informazione e memoria storica sia stabile che itinerante
La valutazione sull’assemblea è sostanzialmente positiva sia per il clima di confronto franco anche tra punti di vista diversi, sia per la capacità di coniugare dibattito politico e decisioni operative, una caratteristica questa che rimane un patrimonio prezioso dell’esperienza del Forum Palestina.
L’assemblea ha voluto ricordare la scomparsa di due compagni preziosi per l’informazione e la battaglia politica nella solidarietà con il popolo palestinese come Stefano Chiarini e Mauro Manno recentemente spentosi a Napoli.
Le relazioni introduttive, i resoconti e i documenti verranno pubblicati sul sito
Buon lavoro a tutte e a tutti
Il Forum Palestina
L’assemblea, dopo le due introduzioni e il saluto di Kassem Ayna coordinatore delle ong palestinesi che operano nei campi profughi in Libano, ha diviso i suoi lavori in due commissioni: una sulla campagna di boicottaggio, l’altra sulla questione dello Stato Unico in Palestina e sulla situazione delle forze politiche nel campo palestinese.
Le commissioni hanno lavorato e discusso molto intensamente fino alle 17.00 ed hanno poi definito in assemblea plenaria sia il programma d’azione dei prossimi mesi sia gli orientamenti politici delle iniziative nella prossima fase.
I resoconti dettagliati delle due commissioni di lavoro e i documenti prodotti (soprattutto per la campagna di boicottaggio) saranno diffusi nei prossimi giorni.
Possiamo intanto anticipare alcuni appuntamenti e i temi dell’agenda:
- domenica 1° marzo parte la delegazione del Forum Palestina e dell’Udap diretta a Gaza e all’ospedale Al Awda per consegnare i fondi raccolti con la sottoscrizione popolare di questi due mesi
- Il 28-29-30 marzo sono state convocate tre giornate nazionali per il boicottaggio dell’economia israeliana. La terza, il 30 marzo, avviene nel quadro della giornata internazionale per il Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni contro Israele decisa la FSM di Belèm. Le caratteristiche e gli obiettivi di queste giornate saranno indicati nei prossimi giorni
- E’ stato deciso di lavorare ad un convegno contro il sionismo che apra apertamente una battaglia politica, storica, culturale e informativa su questo terreno
- Verranno avviati i contatti con il Comitato Internazionale per lo Stato Unico in Palestina onde verificare la possibilità di organizzare anche in Italia una conferenza sul tema in continuità con quelle di Madrid e Londra
- In occasione dell’8 marzo è stata proposta una iniziativa sulle condizione delle donne in Palestina e – una volta verificate le caratteristiche e la convocazione della manifestazione – una partecipazione alla manifestazione che evidenzi e rappresenti questa realtà
- Un gruppo di lavoro si impegna a rendere fattibile il progetto sulla Casa della memoria del popolo palestinese come strumento di informazione e memoria storica sia stabile che itinerante
La valutazione sull’assemblea è sostanzialmente positiva sia per il clima di confronto franco anche tra punti di vista diversi, sia per la capacità di coniugare dibattito politico e decisioni operative, una caratteristica questa che rimane un patrimonio prezioso dell’esperienza del Forum Palestina.
L’assemblea ha voluto ricordare la scomparsa di due compagni preziosi per l’informazione e la battaglia politica nella solidarietà con il popolo palestinese come Stefano Chiarini e Mauro Manno recentemente spentosi a Napoli.
Le relazioni introduttive, i resoconti e i documenti verranno pubblicati sul sito
Buon lavoro a tutte e a tutti
Il Forum Palestina
domenica 22 febbraio 2009
Popoli Resistenti . dalle Dolomiti
buona domenica a tutte e tutti
Abbiamo appena postato nel nostro blog
www.pragras.blogspot.com
un richiamo a delle foto e a dei video davvero interessanti
e che parlano di cosa sta accadendo a Calion (Cesiomaggiore)
Guardare per credere
tiziano
www.pragras.blogspot.com
Abbiamo appena postato nel nostro blog
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un richiamo a delle foto e a dei video davvero interessanti
e che parlano di cosa sta accadendo a Calion (Cesiomaggiore)
Guardare per credere
tiziano
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no dal molin
Approvato il progetto definitivo; gli indiani disotterrano le asce di guerra.
21/02/2009 fonte: Presidio Permanente
[...] Proprio venerdì, infatti, il console statunitense Daniel Weygandt ha annunciato il piano definitivo per occupare un'altra fetta del territorio che i nativi abitano da molti secoli; una grande prateria verde situata a nord del villaggio indiano, al di sotto del quale scorre l'acqua della più grande falda [...]
Hanno fatto la loro prima apparizione ieri pomeriggio, sulla rotatoria tra Via Ferrarin e V.le Dal Verme: sono gli indiani della tribù SiBlock, originari del territorio vicentino e resi celebri, negli Stati Uniti, per le doti creative di un proprio antenato, tale architetto Andrea Palladio.
Penna colorata in testa, vin brulè in pentola (una bevanda tipica della tribù), mattarelli e pentole al posto di archi e frecce: la tribù, che per decenni ha vissuto pacificamente nelle ampie praterie che si estendono dai colli berici alla prealpi, ha disotterrato l'ascia di guerra per respingere i pionieri militari che, guidati da Paolo Costa (indigeno del Veneto, ma fattosi guida dei conquistatori per qualche pepita d'oro), vorrebbero impossessarsi delle risorse del luogo, a partire dall'acqua di cui è ricco il sottosuolo vicentino.
Proprio venerdì, infatti, il console statunitense Daniel Weygandt ha annunciato il piano definitivo per occupare un'altra fetta del territorio che i nativi abitano da molti secoli; una grande prateria verde situata a nord del villaggio indiano, al di sotto del quale scorre l'acqua della più grande falda del nord Italia. Un atto di colonizzazione che la tribù SiBlock ha ritenuto inaccettabile; per questo, lasciato il caldo focolare, gli indiani - che per due anni hanno chiesto ripetutamente che fosse rispettata la propria terra e la propria libertà - hanno occupato per alcune ore lo svincolo stradale consegnando alle prime diligenze in transito un avviso che suona da ultimatum: “il cantiere – si legge nel foglio – è illegale perché nessuna Valutazione d'Impatto Ambientale è stata realizzata”. Di conseguenza l'AltroComune – la forma di autogoverno condiviso della tribù vicentina – ha decretato il divieto al transito per questi mezzi.
Nelle settimane passate, i colonizzatori avevano già dato mostra della propria potenza militare, facendo schierare centinaia di uomini armati di tutto punto dell'esercito fiancheggiatrice ai confini dell'area che il console vuol occupare. Ma, già due anni fa, la tribù dei SiBlock aveva realizzato, a nord di questo territorio, un grande “acchiappasogni” (uno strumento spesso associato agli indigeni del Nord America, particolarmente alle tribù Cheyenne e Lacota, che serviva a scacciare i sogni cattivi e a catturare quelli buoni) chiamato Presidio Permanente. E ora la tribù dei SiBlock è determinata a difendere il proprio sogno buono – quello di realizzare un parco della pace al Dal Molin – e scacciare quello cattivo, ovvero la realizzazione della base militare statunitense. L'apparizione di ieri, con tanto di penne e canti tribali, non sarà dunque l'ultima.
21/02/2009 fonte: Presidio Permanente
[...] Proprio venerdì, infatti, il console statunitense Daniel Weygandt ha annunciato il piano definitivo per occupare un'altra fetta del territorio che i nativi abitano da molti secoli; una grande prateria verde situata a nord del villaggio indiano, al di sotto del quale scorre l'acqua della più grande falda [...]
Hanno fatto la loro prima apparizione ieri pomeriggio, sulla rotatoria tra Via Ferrarin e V.le Dal Verme: sono gli indiani della tribù SiBlock, originari del territorio vicentino e resi celebri, negli Stati Uniti, per le doti creative di un proprio antenato, tale architetto Andrea Palladio.
Penna colorata in testa, vin brulè in pentola (una bevanda tipica della tribù), mattarelli e pentole al posto di archi e frecce: la tribù, che per decenni ha vissuto pacificamente nelle ampie praterie che si estendono dai colli berici alla prealpi, ha disotterrato l'ascia di guerra per respingere i pionieri militari che, guidati da Paolo Costa (indigeno del Veneto, ma fattosi guida dei conquistatori per qualche pepita d'oro), vorrebbero impossessarsi delle risorse del luogo, a partire dall'acqua di cui è ricco il sottosuolo vicentino.
Proprio venerdì, infatti, il console statunitense Daniel Weygandt ha annunciato il piano definitivo per occupare un'altra fetta del territorio che i nativi abitano da molti secoli; una grande prateria verde situata a nord del villaggio indiano, al di sotto del quale scorre l'acqua della più grande falda del nord Italia. Un atto di colonizzazione che la tribù SiBlock ha ritenuto inaccettabile; per questo, lasciato il caldo focolare, gli indiani - che per due anni hanno chiesto ripetutamente che fosse rispettata la propria terra e la propria libertà - hanno occupato per alcune ore lo svincolo stradale consegnando alle prime diligenze in transito un avviso che suona da ultimatum: “il cantiere – si legge nel foglio – è illegale perché nessuna Valutazione d'Impatto Ambientale è stata realizzata”. Di conseguenza l'AltroComune – la forma di autogoverno condiviso della tribù vicentina – ha decretato il divieto al transito per questi mezzi.
Nelle settimane passate, i colonizzatori avevano già dato mostra della propria potenza militare, facendo schierare centinaia di uomini armati di tutto punto dell'esercito fiancheggiatrice ai confini dell'area che il console vuol occupare. Ma, già due anni fa, la tribù dei SiBlock aveva realizzato, a nord di questo territorio, un grande “acchiappasogni” (uno strumento spesso associato agli indigeni del Nord America, particolarmente alle tribù Cheyenne e Lacota, che serviva a scacciare i sogni cattivi e a catturare quelli buoni) chiamato Presidio Permanente. E ora la tribù dei SiBlock è determinata a difendere il proprio sogno buono – quello di realizzare un parco della pace al Dal Molin – e scacciare quello cattivo, ovvero la realizzazione della base militare statunitense. L'apparizione di ieri, con tanto di penne e canti tribali, non sarà dunque l'ultima.
SIAMO TUTTI MIGRANTI
sabato 28 febbraio 2009
Circolo 1° Maggio
via di Porta San Marco, 38
SIAMO TUTTI MIGRANTI
Quando la realtà è diversa da quella che ci descrivono
L’immigrazione non è un’emergenza ma un processo normale, da sempre e da ogni luogo. La storia delle migrazioni degli ultimi due secoli è strettamente connessa ai rapporti di potere economici e sociali, all’interno dei quali i lavoratori salariati, precari o senza diritti rappresentano l’anello più debole della catena, la risorsa dalla quale trarre sempre profitto. Fin dalla legge Martelli del 1990 l’immigrazione è stata intesa come un problema d’ordine pubblico, da controllare e regolamentare, piuttosto che come una risorsa. Il governo Berlusconi, con gli ultimi provvedimenti di legge e con quelli attualmente in discussione, ha ulteriormente esasperato il pericoloso binomio immigrazione=insicurezza, una tesi priva di qualsiasi fondamento.
Circolo 1° Maggio
via di Porta San Marco, 38
SIAMO TUTTI MIGRANTI
Quando la realtà è diversa da quella che ci descrivono
L’immigrazione non è un’emergenza ma un processo normale, da sempre e da ogni luogo. La storia delle migrazioni degli ultimi due secoli è strettamente connessa ai rapporti di potere economici e sociali, all’interno dei quali i lavoratori salariati, precari o senza diritti rappresentano l’anello più debole della catena, la risorsa dalla quale trarre sempre profitto. Fin dalla legge Martelli del 1990 l’immigrazione è stata intesa come un problema d’ordine pubblico, da controllare e regolamentare, piuttosto che come una risorsa. Il governo Berlusconi, con gli ultimi provvedimenti di legge e con quelli attualmente in discussione, ha ulteriormente esasperato il pericoloso binomio immigrazione=insicurezza, una tesi priva di qualsiasi fondamento.

ore 20.00 – Cena conviviale ( piatti etnici )
ore 21.30 - parliamone con
Roberto Niccolai (Studioso delle migrazioni e coordinatore Sportelli Informativi per Migranti)
Sergio Bontempelli (Presidente Associazione Africa Insieme di Pisa)
Comitato Antifascista San Lorenzo
Un controverso bestseller critica la fondazione dello Stato di Israele

Cosa succederebbe se si dimostrasse che gli Arabi Palestinesi, i quali stanno vivendo da decenni schiacciati dal tallone del moderno Stato di Israele, discendono anch’essi dai "figli di Israele", descritti nel Vecchio Testamento?
E cosa succederebbe se si scoprisse che gli attuali Israeliani non discendono tutti dagli Israeliti, ma molti sono un misto tra europei, nord-africani, e persone provenienti da tutti quei popoli che non sono "tornati" nelle loro terre di origine, ma che, dopo essere scappati dalle persecuzioni durante la II Guerra Mondiale, hanno dato vita al nuovo Stato di Israele, scacciando dalle loro terre popolazioni che vivevano lì da millenni?
Cosa si penserebbe se la storia della Diaspora Ebraica, l’esodo degli Ebrei dalla Giudea, i quali avrebbero attraversato il deserto per sfuggire alla crudeltà del Faraone, tramandata di generazione in generazione da decenni, fosse completamente inventata?
Queste sono le esplosive tesi esposte in "Quando e come è stato inventato il Popolo Ebraico", un libro dello studente dell’Università di Tel Aviv, Shlomo Zand (o Sand), che ha scosso la società israeliana alle radici, quando venne pubblicato, l’anno scorso. Dopo essere stato per 19 settimane in testa alle classifiche di vendita israeliane, il libro è stato tradotto in dozzine di lingue e pubblicato questo anno negli Stati Uniti dalla Verso.
Le conseguenze di queste tesi vanno ben oltre i dibattiti accademici che durano da epoche antidiluviane. Pochi conflitti moderni hanno alle spalle una storia tanto lunga come quella che vede da decenni spargimenti di sangue tra gli israeliani e i palestinesi. Ognuno dei due popoli si contende lo stesso pezzo di terra, considerata sacra da tutte e tre le più grandi religioni abramitiche del mondo (Cristianesimo, Islam ed Ebraismo), in base a rivendicazioni incentrate sui legami di sangue con quella terra, e su identità nazionali formatesi nel corso degli anni. Probabilmente, non c’è nessun altro posto del mondo, dove il presente si intreccia tanto fittamente col passato.
L’aspetto centrale del Sionismo è il racconto, comune a tutte le famiglie ebree, di anni di esilio, di oppressione, di redenzione, e infine, del ritorno a casa. Scacciati dal proprio impero, il "popolo ebraico", figli e figlie dell’antica Giudea, ha vagato per il mondo, sradicato dalla propria terra, affrontando terribili persecuzioni ovunque si fosse trovato- ridotti in schiavitù nell’Antico Egitto, massacrati dagli Spagnoli nel XIV Secolo, sottoposti ai pogrom russi del XIX Secolo, fino ad arrivare alle atrocità del III Reich Nazista. Questa visione della storia coinvolge ogni sionista, in particolar modo, la minoranza, presente tanto negli Stati Uniti quanto in Israele, che ritiene che Dio abbia "donato" al suo popolo il "Grande Israele", che comprenderebbe tanto il territorio dell’attuale Stato di Israele, quanto i territori da lui occupati, e che si oppone, quindi, per motivi biblici, alla costruzione di uno Stato palestinese.
Inventare un Popolo?
La tesi centrale di Zand è che i Romani non hanno mai espulso intere popolazioni dai loro territori. L’autore calcola che al massimo 10.000 antichi Giudei siano scomparsi durante le guerre con Roma, i restanti sarebbero rimasti nell’antica Giudea, convertendosi all’Islam, e successivamente si siano assimilati ai nuovi conquistatori, quando gli Arabi invasero quelle terre. Quel popolo divenne il progenitore degli attuali Arabi Palestinesi, molti dei quali attualmente vivono come rifugiati, visto che sono stati scacciati dalle loro case durante il XX Secolo.
Come ha riassunto il giornalista israeliano Tom Segev, in una recensione per il giornale Ha'aretz:
"Non è mai esistito il popolo ebraico, solo la religione ebraica, e anche il suo esilio non è mai esistito- di conseguenza, neppure il suo ritorno a casa". Zand respinge ogni fondamento di identità nazionale basato sulla Bibbia, compreso quello legato all’esodo dall’Egitto, e, cosa ancora più interessante, quello che fa riferimento agli orrori subiti durante il periodo delle battaglie di Giosuè.
Questo è il punto: se l’antica popolazione della Giudea non è mai stata espulsa in massa, come è stato possibile che il popolo ebraico abbia dovuto disperdersi per il mondo? Secondo Zand, che riporta diversi racconti di gruppi coinvolti in quella che è conosciuta comunemente come la Diaspora degli Ebrei, alcuni di loro hanno lasciato quella terra spontaneamente, altri si sono convertiti al giudaismo solo successivamente. Contrariamente a quello che si pensa comunemente, il giudaismo è una religione evangelica che ha fatto proselitismo, vedendo convertirsi molte persone, nel periodo della sua formazione.
Questa teoria ha un peso significativo sull’identità nazionale di Israele. Se il Giudaismo è solamente una religione, non si può più parlare di un popolo che discende da una nazione dispersa, quindi crolla la motivazione principale per la quale Israele debba rimanere uno "Stato giudaico".
Questo ci porta alla seconda teoria di Zand, il quale sostiene che la storia del popolo ebraico, della sua trasformazione da una popolazione con un’identità culturale e una religione mista, a un popolo "perseguitato", sia una invenzione recente, sorta nel XIX Secolo, ad opera del movimento Sionista, e portata avanti dal mondo accademico israeliano; in pratica, afferma che si tratta di una sorta di cospirazione intellettuale. Segev afferma che si tratta di "una storia, un mito, che è servito come pretesto per dar vita allo Stato d’Israele".
Zand è stato attaccato, ma le sue tesi sono ancora valide?
Le conseguenze delle tesi di Zand si spingono oltre: "le possibilità che i Palestinesi siano i discendenti dell’antico popolo della Giudea, sono molto maggiori delle vostre o delle mie", ha dichiarato allo Ha'aretz. Secondo Zand, quindi, Israele dovrebbe essere un paese in cui tutti gli abitanti della "Palestina britannica" dovrebbero godere di uguali diritti e doveri, invece che essere uno stato "Giudaico e democratico", come è definito oggi.
Come era prevedibile, le solite accuse non hanno tardato a colpire Zand. Ami Isseroff, scrivendo su ZioNation, il blog del movimento sionista israeliano, ha rievocato la solita immagine dell’Olocausto, accusandolo di offrire una "soluzione finale al problema israeliano", nella quale "non c’è più bisogno di Inquisizioni, delle cariche dei cosacchi, di alcun forno crematorio o delle camere a gas". Un altro ideologo militante ha definito il lavoro di Zand "l’ennesima manifestazione della confusione mentale che regna nel mondo accademico di estrema Sinistra in Israele".
Questo genere di critiche imbottite di retorica vengono rivolte a ogni lavoro che coinvolge la vicenda Israelo-Palestinese, ma sono un fuoco di paglia facile da domare. In realtà, critiche più serie sono state mosse al lavoro di Zand.
In un’ampia recensione critica, Israel Bartal, Preside della Facoltà di Scienze Umanistiche presos la Hebrew University, ha attaccato la seconda tesi del lavoro di Zand, cioè che il mondo accademico sionista avrebbe riscritto la storia del Giudaismo, puntando sull’esilio e sulle conversioni forzate, per dare legittimità alla pretesa di istituire uno stato ebraico. La critica di Bartal si concentra sull’aspetto metodologico della ricerca di Zand, attaccandolo su alcuni punti, segno di un lavoro scrupoloso. Ma, curiosamente, nel difendere il mondo accademico israeliano, Bartal finisce col sostenere la tesi più radicale del lavoro di Zand; infatti scrive: "Anche se il mito dell’esilio dalla patria del popolo ebraico (la Palestina) è diffuso nella cultura popolare israeliana, è irrilevante all’interno delle serie discussioni storiche del mondo accademico ebraico". Poi aggiunge: "Nessun storico del movimento nazionale ebraico ha mai seriamente creduto che le origini del popolo ebraico siano etnicamente, o biologicamente, "pure"". Finisce sottolineando che "importanti gruppi all’interno del movimento sionista hanno più volte espresso riserve, o hanno negato del tutto, l’importanza di tale mito".
Ancora scrive: "Per quello che ho potuto notare, il lavoro di Zand non presenta alcuna tesi innovativa, che non sia già stata avanzata" in studi precedenti. Segev ha aggiunto che "Zand non ha scoperto nulla con la (sua) tesi di laurea; 30 anni prima della Dichiarazione di Indipendenza , questi argomenti erano già stati sostenuti da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi e da altri".
A questo punto si potrebbe affermare che questo antico mito della nazione israeliana in esilio, che è durato fino al suo ritorno a casa nel XX Secolo, sia poco importante; oppure, che stabilire se gli appartenenti al popolo ebraico condividano una comune ascendenza genetica, o siano solamente un insieme di persone che condividono la stessa religione, sia una cosa di poca importanza, visto che comunque una identità nazionale si è ormai formata, nel corso dei decenni. In realtà, il lavoro di Zand ricopre un ruolo centrale nel dibattito sul tema, e ha alcune importanti conseguenze all’interno dell’attuale conflitto tra Israele e Palestinesi.
Cambiano i termini della discussione?
La ragione principale della difficoltà nel discutere del conflitto tra Israeliani e Palestinesi è data dal lavoro svolto dai sostenitori del controllo di Israele dei Territori Occupati, compresa la Striscia di Gaza, che si trovano ancora sotto un’occupazione de facto, i quali fanno apparire il sostegno all’autodeterminazione del popolo palestinesi, come un desiderio di assistere alla distruzione di Israele, opponendosi così alla difesa dei diritti dei palestinesi, agitando lo spettro dello sterminio degli ebrei. Tipiche di questo atteggiamento, sono le reazioni alle proposte che vedono la creazione di uno stato singolo, come la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Fino a pochi anni fa, l’idea di uno "stato solo per due popoli", in cui chiunque abiti in Israele e negli attuali Territori Occupati, abbia gli stessi diritti e doveri di fronte alla legge, era considerata sicuramente la soluzione più giusta da sostenere, anche perché era una delle ipotesi prese in considerazione dalle Nazioni Unite, quando venne creato lo stato di Israele, negli anni ’40.
Ultimamente, però, l’idea di uno "stato per due popoli" è stata marginalizzata, e quasi abbandonata, con l’accusa che tale soluzione finirebbe col distruggere, teoricamente e fisicamente, Israele; senza dire, però, che così come è oggi, questo paese è un’entità politica basata su discriminazioni etniche e religiose, che hanno generato una classe di cittadini arabi di seconda classe, e che è responsabile di aver creato la più numerosa popolazione di rifugiati permanenti del mondo.
La logica conclusione del lavoro di Zand, il quale espone il mito fondante di Israele, è il far tornare l’idea di uno "stato per due popoli" al centro del dibattito sulle sorti di questa controversa regione del mondo. Dopotutto, da un lato discute l’antica questione biblica su chi siano i "veri figli di Israele"; dall’altro, sottolinea gli aspetti comuni tra ebrei israeliani e musulmani palestinesi. Entrambi i gruppi, infatti, hanno diritto di vivere sulla stessa porzione di terra; entrambi hanno dovuto affrontare persecuzioni e l’esilio forzato, durante la loro storia; ed entrambi sostengono il loro diritto a "tornare a casa".
A questo punto, se entrambi i popoli hanno comuni origini bibliche, viene da chiedersi perché mai i territori che componevano la Palestina sotto il controllo britannico, debbano restare il rifugio per le sole persone che credono a una stessa religione, invece che rappresentare uno stato in cui a ebrei e arabi sia garantita uguale protezione- gli stessi diritti di fronte alla legge di uno stato di cui non si metterebbe più in discussione, da parte di alcuno, la legittimità a esistere.
Traduzione: Manuel Zanarini
Fino alla vittoria!
Comunicati del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
25/12/08 - 20/01/09
scarica l'opuscolo!
Fino_alla_vittoria!_FPLP.pdf
Il 25 dicembre 2008, quando l'aggressione israeliana alla Striscia di Gaza ed al popolo palestinese non era ancora cominciata, giunse dalla Palestina la notizia della condanna di Ahmad Sa'adat, il Segretario Generale del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina. Sa'adat è, come tanti altri prigionieri, l'incarnazione delle tragedie di questo popolo. Rifugiato dopo che l'esercito israeliano ha raso al suolo il suo villaggio, nel 1967, a soli 14 anni, inizia a militare nelle fila studentesche dell'FPLP. La sua vita politica è la storia del popolo palestinese: martoriato, infangato, costretto alla violenza, poi alla resa di Oslo, ma ancora capace di Intifada. Quando nel 2001 Abou Ali Mustafa viene assassinato per mano sionista, Sa'adat diventa Segretario dell'organizzazione. Fa paura, perché rispetto alla corruzione e all'opportunismo della dirigenza dell'ANP è una persona onesta, sobria, popolare. Fa paura, perché non gli si può applicare l'etichetta di esaltato-fanatico-islamista: è una persona ragionevole, colta, che motiva le sue verità. Subito Israele lo accusa di aver organizzato l'assassinio di Rehavam Zeevi, Ministro del Turismo israeliano, ex generale, uomo politico di estrema destra, il quale proponeva, senza farsi troppi scrupoli, di deportare in massa la popolazione palestinese in Giordania. Imprigionato nel gennaio 2002 dai collaborazionisti dell'ANP dopo un accordo con Israele negoziato dagli statunitensi e gli inglesi, fu riconosciuto innocente dalla Corte Suprema Palestinese. Ma l'ANP non lo volle rilasciare. Solo nel marzo 2006 questa possibilità si fece concreta: allora gli israeliani, d'accordo con gli imperialisti occidentali, assediarono il carcere di Gerico, causando morti e feriti, e prelevarono di forza Sa'adat.Quasi tre anni dopo, il 25 dicembre 2008, la condanna a trent'anni: non per l'omicidio, indimostrabile, ma per l' “attentato alla sicurezza d'Israele”. Trent'anni: una vita, una generazione intera. Non si rida per il ridicolo dell'accusa: per uno Stato paranoico e violento, che è nato da un crimine e che vede nella libertà e nella vita altrui la schiavitù e la morte propria, qualunque resistenza, anche quella più umana e giusta, diviene un pericolo intollerabile. Bisogna dunque cancellare questi dell'FPLP, fanatici dell'uomo, che trovano ovunque alleati: anche fra gli ebrei contro l'occupazione, anche fra gli occidentali di sinistra... Se Sa'adat incarna la vicenda del popolo palestinese, la notizia della sua condanna è una premonizione. Quasi come l'annuncio, di qualche giorno precedente, della cacciata di Richard Falk, professore universitario statunitense di sangue ebreo, delegato Onu per i diritti umani, che aveva osato paragonare il trattamento che gli israeliani riservano ai palestinesi a quello che i nazisti riservavano agli ebrei... Il 26 dicembre, l'esercito israeliano bombarda la Striscia di Gaza, vigliaccamente sostenuto dall'imperialismo statunitense ed europeo, dai corrotti regimi arabi, dai media occidentali, e dagli “equidistanti” e gli “umanisti” di ogni tipo. Un'aggressione spaventosa, fatta di bombe al fosforo e armi non-convenzionali, durata 22 giorni, conclusasi il 18 gennaio 2009 con più di 1.300 morti (di cui più di trecento bambini!) e 5.000 feriti... Con il mondo che sta a guardare, con le polizie arabe impegnate a sedare col manganello il malcontento dei fratelli in rivolta, con i giornalisti italiani dediti a operazioni da regime, fino a far scomparire mediaticamente una manifestazione che a Roma ha visto 100.000 persone autorganizzarsi e scendere in piazza per far sentire la propria solidarietà. Ora è il momento di cominciare una riflessione.
continua......
Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli
25/12/08 - 20/01/09
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Il 25 dicembre 2008, quando l'aggressione israeliana alla Striscia di Gaza ed al popolo palestinese non era ancora cominciata, giunse dalla Palestina la notizia della condanna di Ahmad Sa'adat, il Segretario Generale del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina. Sa'adat è, come tanti altri prigionieri, l'incarnazione delle tragedie di questo popolo. Rifugiato dopo che l'esercito israeliano ha raso al suolo il suo villaggio, nel 1967, a soli 14 anni, inizia a militare nelle fila studentesche dell'FPLP. La sua vita politica è la storia del popolo palestinese: martoriato, infangato, costretto alla violenza, poi alla resa di Oslo, ma ancora capace di Intifada. Quando nel 2001 Abou Ali Mustafa viene assassinato per mano sionista, Sa'adat diventa Segretario dell'organizzazione. Fa paura, perché rispetto alla corruzione e all'opportunismo della dirigenza dell'ANP è una persona onesta, sobria, popolare. Fa paura, perché non gli si può applicare l'etichetta di esaltato-fanatico-islamista: è una persona ragionevole, colta, che motiva le sue verità. Subito Israele lo accusa di aver organizzato l'assassinio di Rehavam Zeevi, Ministro del Turismo israeliano, ex generale, uomo politico di estrema destra, il quale proponeva, senza farsi troppi scrupoli, di deportare in massa la popolazione palestinese in Giordania. Imprigionato nel gennaio 2002 dai collaborazionisti dell'ANP dopo un accordo con Israele negoziato dagli statunitensi e gli inglesi, fu riconosciuto innocente dalla Corte Suprema Palestinese. Ma l'ANP non lo volle rilasciare. Solo nel marzo 2006 questa possibilità si fece concreta: allora gli israeliani, d'accordo con gli imperialisti occidentali, assediarono il carcere di Gerico, causando morti e feriti, e prelevarono di forza Sa'adat.Quasi tre anni dopo, il 25 dicembre 2008, la condanna a trent'anni: non per l'omicidio, indimostrabile, ma per l' “attentato alla sicurezza d'Israele”. Trent'anni: una vita, una generazione intera. Non si rida per il ridicolo dell'accusa: per uno Stato paranoico e violento, che è nato da un crimine e che vede nella libertà e nella vita altrui la schiavitù e la morte propria, qualunque resistenza, anche quella più umana e giusta, diviene un pericolo intollerabile. Bisogna dunque cancellare questi dell'FPLP, fanatici dell'uomo, che trovano ovunque alleati: anche fra gli ebrei contro l'occupazione, anche fra gli occidentali di sinistra... Se Sa'adat incarna la vicenda del popolo palestinese, la notizia della sua condanna è una premonizione. Quasi come l'annuncio, di qualche giorno precedente, della cacciata di Richard Falk, professore universitario statunitense di sangue ebreo, delegato Onu per i diritti umani, che aveva osato paragonare il trattamento che gli israeliani riservano ai palestinesi a quello che i nazisti riservavano agli ebrei... Il 26 dicembre, l'esercito israeliano bombarda la Striscia di Gaza, vigliaccamente sostenuto dall'imperialismo statunitense ed europeo, dai corrotti regimi arabi, dai media occidentali, e dagli “equidistanti” e gli “umanisti” di ogni tipo. Un'aggressione spaventosa, fatta di bombe al fosforo e armi non-convenzionali, durata 22 giorni, conclusasi il 18 gennaio 2009 con più di 1.300 morti (di cui più di trecento bambini!) e 5.000 feriti... Con il mondo che sta a guardare, con le polizie arabe impegnate a sedare col manganello il malcontento dei fratelli in rivolta, con i giornalisti italiani dediti a operazioni da regime, fino a far scomparire mediaticamente una manifestazione che a Roma ha visto 100.000 persone autorganizzarsi e scendere in piazza per far sentire la propria solidarietà. Ora è il momento di cominciare una riflessione.
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Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli
Come spiegare il successo di Hamas?
Intervista a Mohamed Hassan di Grégoire Lalieu e Michel Collon
Per i media la situazione è chiara : Hamas è un’organizzazione terroristica, integralista e fanatica. Tuttavia, questo movimento ha vinto le ultime elezioni e la sua popolarità non smette di crescere tra la popolazione Palestinese. Perchè ? L’abbiamo chiesto a Mohamed Hassan, uno dei migliori conoscitori del Medio Oriente, autore de L’Irak face à l’occupation...
Cos’è veramente Hamas?
Hamas è un movimento politico nato da uno tra i più vecchi movimenti politici dell’Egitto, i Fratelli Musulmani. La parola «Hamas» significa risveglio, fa riferimento a qualcosa in eruzione… é un movimento nazionalista islamico che può essere paragonato a quello nazionalista irlandese. Di fronte all’occupazione dell’Irlanda da parte dei Britannici, si è sviluppato, a partire dal 1916, un movimento di resistenza, L’Esercito Repubblicano Irlandese. Siccome gli Irlandesi erano cattolici e i coloni britannici protestanti, l’occupante ha tentato di trasformarla in una guerra tra religioni. La religione può essere utilizzata per mobilitare un popolo a favore di una causa.
Quale contesto storico spiega la nascita di Hamas?
Per comprenderlo, dobbiamo prendere in considerazione diversi avvenimenti storici. Il primo è la Guerra dei Sei Giorni (1967) che ha delegittimato il nasserismo. Nasser era un presidente egiziano che ha incoraggiato una rivoluzione araba per l’indipendenza e lo sviluppo. A seguito della pesante sconfitta inflittagli da Israele, la sua ideologia perse influenza. Dopo la sua morte, l’Egitto e Israele entrarono in un nuovo conflitto nell’ottobre del 1973. L’Egitto e la Siria volevano recuperare alcuni territori sotto l’occupazione israeliana. Il conflitto si concluse con un accordo, ma questo procurò una profonda divisione all’interno del mondo arabo tra i paesi pronti ad accettare le condizioni israeliane e paesi che volevano resistere come la Siria, l’Algeria, l’Iraq… La questione palestinese è sempre stata un elemento cruciale in questi conflitti. La resistenza a Israele aveva portato alla formazione dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questa organizzazione è stata creata con l’obiettivo di raccogliere i diversi movimenti di resistenza e unire i loro sforzi per opporsi a Israele. Israele, prima di negoziare con questa organizzazione con gli Accordi di Oslo nel 1993, considerava l’OLP come un gruppo terroristico al quale ha inflitto numerose sconfitte le quali possono spiegare la nascita di Hamas.La prima sconfitta risale al settembre nero del 1970. L’OLP aveva il suo quartiere generale in Giordania dove il re Hussein negoziò un accordo con Israele per reprimere brutalmente l’insurrezione palestinese. L’OLP è stata perciò costretta a fuggire a Beirut, in Libano.La seconda importante sconfitta è avvenuta nel 1982, anno in cui Israele attaccò il Libano e la maggior parte dei combattenti dell’OLP si trovava lontano dalla Palestina. Il QG dell’organizzazione era stato impiantato a Tunisi. E’ in questo contensto particolare che nasce la prima Intifada, nel 1987. L’Intifada era un sollevamento popolare in risposta all’occupazione israeliana che è cominciata da Gaza per espandersi poi in tutta la Palestina. Come ho già detto, l’OLP in quel momento era lontana. Hamas al contrario si trovava in Palestina e prese parte all’Intifada. La prima Intifada segna la comparsa di Hamas, movimento che nacque nelle prigioni ! Le prigioni erano solitamente considerate come luogo di punizione. Ma, dopo che i resistenti dell’Intifada furono imprigionati, questo cambiò. E’ in queste carceri che Hamas cominciò a reclutare e a svilupparsi come organizzazione. Con l’Intifada, Hamas fu esposto all’opinione palestinese, israeliana e internazionale.
Come ha reagito l’OLP all’Intifada?
Con l’Intifada, l’OLP si è divisa in due fazioni : la più forte voleva continuare la resistenza e aveva base a Tunisi, l’altra, meno importante, voleva negoziare un accordo. La parte più debole si nascose e non ebbe il coraggio di difendere le proprie opinioni fino al giorno degli accordi di Oslo in cui essa si manifestò e divenne la più forte. Arafat era dotato di senso strategico e e dopo la fine della prima Intifada utilizzò le differenti correnti palestinesi con l’obiettivo di riportare l’OLP in Palestina.
Quali erano le linee dell’accordo?
Anzi tutto, c’erano quelli che volevano continuare la lotta contro Israele senza alcuna concessione. Arafat doveva isolare questa corrente se voleva ottenere qualcosa. Dall’altro lato c’erano coloro che volevano venire a patti, e essi adesso dirigono il governo palestinese. Infine, c’era la borghesia che sperava di trarre profitto da un negoziato. Arafat li ha utilizzati per ottenere quello che voleva. Questo ha portato alla stipula degli accordi di Oslo nel 1993. Questi hanno permesso all’OLP di ritornare in Palestina ma, a parte questo, rappresentarono un’importante sconfitta. I palestinesi si accontentarono del 22% delle loro terre. Non c’è mai stato nessun altro accordo nella storia che conferisse ad una delle parti solamente il 22% di quello che chiedeva ! L’OLP, da quel momento, non fu più considerata come un’organizzazione terroristica e riuscì a conquistare il riconoscimento da parte di Israele, ma non riuscì a migliorare realmente la situazione a Gaza e in Cisgiordania. Nell’accordo non è stato fatto alcun riferimento per porre fine alla colonizzazione israeliana. Questo aspetto ha screditato l’autorità palestinese tra la popolazione e ha contribuito a far crescere il successo di Hamas in quanto movimento di resistenza. Un altro elemento importante è il fatto che l’autorità palestinese, che riceveva fondi dall’Occidente, è diventata corrotta. Niente indica che Hamas abbia questo problema. Da un lato, le sue principali entrate provengono da un sistema basato sulla carità nel mondo musulmano. Dall’altro, visto che criticano l’autorità palestinese per la sua corruzione, pongono seria attenzione a chè ciò non avvenga nelle loro file.
Come si può spiegare il successo di Hamas?
Lo spiegano tre fattori. Il primo è la prosecuzione della resistenza e il rifiuto di ogni soluzione imposta, così come vuole la popolazione. Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che Hamas pretende il ritorno dei rifugiati del 1948 e del 1967. Nel 1948, dopo la creazione dello Stato di Israele, molti Palestinesi furono espulsi dai loro territori. Con la Guerra dei Sei Giorni, circa 300.000 rifugiati si trasferirono in Giordania. Oggi, sono più di 6 milioni i rifugiati che non hanno il diritto di ritornare nel loro paese! In compenso, in quanto Stato Ebraico, Israele, accoglie qualsiasi ebreo proveniente da qualsiasi parte del mondo: Spagna, Russia, Etiopia… Persone che non hanno mai visto prima la Palestina ! La questione dei rifugiati è un aspetto importante delle riventicazioni dei palestinesi di cui Hamas è diventato il portavoce.L’ultimo fattore che ha contribuito al successo di Hamas è stata l’eliminazione all’interno della comunità palestinese delle persone corrotte da Israele per ottenere delle informazioni. Qualcuno è stato eliminato fisicamente e la maggior parte – delinquenti, alcolisti o spacciatori – sono stati reintegrati attraverso i programmi sociali di Hamas. L’informazione dunque non circolava più. Questo è molto importante. Israele aveva creato una società corrotta nella quale tutti erano contro tutti e ha sfruttato questo per costruire una rete di informazioni e creare un certo controllo sulla resistenza palestinese. E’ tipico di una mentalità coloniale. I Britannici hanno applicato questa strategia in Irlanda del Nord. Niente di nuovo. Ma Hamas è riuscito nell’impresa di distruggere questa rete ottenendo, così, una grande vittoria su Israele.
Qualcuno sostiene che Israele ha deliberatamente favorito l’ascesa di Hamas. E’ vero?
Non esiste alcuna prova. Israele ha tollerato Hamas sperando che sorgessero dei conflitti tra gli stessi palestinesi. Essi [gli israeliani] volevano indebolire l’OLP e Fatah. Ma non si aspettavano la qualità, la capacità e l’organizzazione di cui ha dato prova Hamas sviluppandosi in questo modo. La potenza coloniale considera sempre i suoi sudditi come bambini ingenui.
Come mai un movimento islamista è diventato così popolare in Palestina?
A causa dell’occupazione di Gaza e di altri territori per i Palestinesi non era possibile discutere apertamente ed era impensabile perfino immaginare il loro futuro eccetto in due luoghi: la moschea e l’università. Hamas era già attivo nella prima, ma, in seguito, come qualsiasi altra forza politica, iniziò a farsi sentire tra le organizzazioni studentesche. Hamas ha, quindi, reclutato giovani studenti brillanti, che erano ben visti nella società in ragione della loro devozione e onestà. Era facile per Hamas convincerli, poichè li univa la volontà di resistere. Non è un mistero! Hamas esprime apertamente quello che la popolazione ha nel cuore. Potendo disporre degli elementi più combattivi, più intelligenti e più istruiti della società è diventata una grande organizzazione.
Come hanno reagito le autorità palestinesi all’evoluzione di Hamas?
Esse sono state toccate dalla corruzione e coinvolte negli scandali. Anche i giornalisti palestinesi le hanno condannate per questo. Arafat era una specie di arbitro tra le differenti fazioni. Ma dopo la sua morte le contraddizioni tra Hamas e Fatah sono diventate antagonistiche. Israele ha sfruttato queste divergenze e ha deciso di servirsi di Fatah per intaccare la popolarità di Hamas. Si pensava che non avrebbe mai accettato di partecipare alle elezioni. E’ per questo che si decise di organizzare velocemente una votazione. Tutti furono sorpresi quando Hamas accettò di partecipare, ma nessuno era veramente preoccupato. Si pensava che il movimento, avendo uno stile di pensiero dogmatico e limitato, sarebbe stato battutto facilmente dal partito maggioritario. Contro ogni aspettativa, Hamas ha formato una coalizione e ha offerto un’immagine di sé flessibile, lontano da quello che ci si sarebbe potuti aspettare da un’organizzazione fondamentalista. Infatti, Hamas aspira a creare uno Stato islamista ma la realtà è ben differente.
Hamas instaurerà un regime islamista in Palestina?
Un regime islamista è il fine ultimo di Hamas, ma è necessario comprendere che non potrà mai metterlo in atto. In effetti, sul campo, l’organizzazione è basata su un movimento patriottico. Bisogna sapere che la feroce guerra condotta da Israele contro Gaza non ha mobilitato solo le forze di Hamas ma anche tutte le altre forze patriottiche, comprese quelle di Fatah. Questa aggressione ha unificato il popolo palestinese. Hamas potrebbe diventare un movimento più progressista alleandosi con gli altri movimenti? Per contrastare l’aggressione israeliana, si! L’idea che Hamas possa creare una società basata su modi di produzione islamisti è un’illusione. E’ semplicemente impossibile. In più aspetti, questa organizzazione assomiglia a Hebzollah che sostiene: «Il Libano è un paese dotato di una grande diversità interna, noi non rappresentiamo che una sua parte e il nostro obiettivo è quello di costruire con tutte le altre forze progressiste libanesi un’economia nazionale indipendente». Vorrei farvi notare che nessuno solleva questo tipo di problemi per paesi come l’Arabia Saudita.
Qual è il programma socio-economico di Hamas?
Il suo progetto è un’economia capitalista caratterizzata da un sostanziale intervento dello Stato. Teniamo presente che attualmente, anche i liberali europei chiedono un intervento dello Stato. Se si guarda all’Iran, lì c’è un regime islamista: capitalismo con intervento statale. Ma rifiuta la dominazione esterna e ridistribuisce le richezze derivanti dal petrolio. Per quanto riguarda Hamas, bisogna sapere che non è semplicemente il suo programma sociale che ha convinto i palestinesi, ma soprattutto il fatto che esso incarna la resistenza. E, oggi, la resitenza è quello che conta di più per il popolo palestinese.
Qual è il ruolo della donna per Hamas?
La sua visione della donna cambia dalla teoria alla pratica. Perchè? In Palestina la situazione è molto difficile. Le donne devono lavorare per guadagnarsi da vivere e per educare i propri figli. Hamas non potrà mai impedire alle donne di lavorare e nemmeno forzarle a rimanere in casa. Tranne qualche ricco paese petrolifero, nessuno la pensa così nel mondo arabo. Come potrebbe Hamas ritirare le donne dalla vita sociale se esse rappresentano più della metà degli elementi più attivi del popolo palestinese? Infatti, colui che non rispetta la donna è colui che crede di poterla controllare come fosse un soggetto passivo.Esistono differenze culturali tra il mondo arabo e l’Occidente che non sono ben comprese perchè basate su cliché. Ecco un esempio. Quando andate in una edicola in occidente, vedete su parecchie copertine di riviste le foto di donne bionde, nude e dai grossi seni… Nessuno dice che è disgustoso e che queste donne dovrebbero essere trattate meglio. Ma quando si vede una donna che indossa un velo, si parla di oppressione! C’è una sorta di ipocrisia in Occidente. Per esempio, in Indonesia, l’attuale regime è stato istituito nel 1965 dopo un colpo di Stato nel corso del quale sono stati massacrati milioni di comunisti. Oggi la maggior parte delle donne porta il velo, laggiù. Ma nessuno si indigna poichè l’Indonesia produce petrolio ed è allineata all’Occidente.
Perchè Hamas è rifiutato in Europa?
L’Islam non è ben visto in Europa perchè quest’ultima si identifica con il cristianesimo. Esiste un vero rifiuto al contributo musulmano allo sviluppo della civilizzazione occidentale. In quanto gruppo islamista, Hamas è dunque mal visto. Ma perchè una persona, che condanna il Sionismo, ha un problema con Hamas ? E perchè la stessa persona che sostiene la causa irlandese, non si preoccupa che dietro ci sia un’organizzazione cattolica? Le differenze culturali lo spiegano ed è un fenomeno che è possibile osservare.Sono stato da poco in Egitto. Ho potuto constatare che attraversando il Mediterraneo si assiste ad un cambiamento del modo di pensare. Io non rimprovero gli europei, sono influenzati dalla loro educazione e dalla propaganda mediatica. In più, noi viviamo in un sistema dove dobbiamo sempre individuare dei nemici per giustificare la nostra stessa esistenza. Ma credo sia necessario fare la propria parte. Io stesso, in quanto marxista e abitante in un paese occidentale, sono consapevole delle incompatibilità che esistono con Hamas e Hebzollah. Mi dispiace che la resistenza sia portata avanti da un movimento ispirato all’Islam. Ma, attualmente, queste contraddizioni sono secondarie. In compenso, sono assolutamente contro persone come Abbas o Moubarak, che sono laici ma che servono gli interessi degli Stati Uniti. Leggo le informazioni in arabo, conosco bene la situazione che c’è lì e percepisco le contraddizioni da un punto di vista diverso rispetto alla sinistra europea.
Perchè la sinistra europea non dà il suo supporto alla resistenza palestinese?
Il problema della sinistra europea sta nel fatto che rifiuta di formare una grande alleanza per fronteggiare l’imperialismo, a causa di Hamas, del velo e altri pretesti. E’ per questo che aderendo alla grande alleanza dei Cristiani contro l’Islam partecipa alla «guerra di civiltà» lanciata dagli ideologi americani. Subisce profondamente questa influenza, più di quello che lei stessa crede. Perchè la sinistra europea non esprime la propria condanna quando dei fascisti cristiani, come i falangisti, massacrano i libanesi? Io, in quanto laico, ho sostenuto la lotta degli irlandesi contro l’occupazione britannica e non avevo nessun problema che gli irlandesi fossero cattolici. Il problema dell’europeo è che è stato educato in una civiltà che ha pregiudizi sugli ebrei e musulmani.
Perchè la questione palistenese è così importante per gli Stati Uniti?
La Palesitina è un piccolo paese che a suo malgrado è diventato una delle questioni più scottanti del mondo, questo per due ragioni: la prima è che lo Stato colono (Israele) deve essere difeso dalle nazioni imperialiste, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, affinchè diventi la potenza egemone del Medio Oriente. Questo è un modo per annientare il movimento rivoluzionario democratico nella regione. Se si elude la questione palestinese, si ostacola un’allenza del mondo arabo con i fronti della resistenza in Irak, in Libano… Prima era lo Shah dell’Iran a rivestire il ruolo di poliziotto nell’area. Gli Stati Uniti avevano favorito la creazione di una dittatura militare per favorire i loro interessi nella regione. Oggi, questo ruolo spetta a Israele. A testimonianza di ciò è esemplificativa la rivoluzione in Yemen del Nord negli anni Sessanta. Era stato progettato un golpe da alcuni ufficiali appoggiati dall’Egitto al fine di instaurare una repubblica democratica. Lo Sceicco che governava lo Yemen fuggì in Arabia Saudita. Allora, i Britannici inviarono delle truppe per combattere la giovane repubblica e schiacciare il movimento nazionalista arabo, mentre, altri soldati, addestrati da Israele, furono impiegati per combattere le forze di liberazione. Israele, allo stesso modo, inviò sue truppe anche in Salvador, Sri Lanka e Colombia. Infatti, ovunque sono coinvolti gli Stati Uniti, anche Israele lo era e lo è.La seconda ragione è la contesa di Gerusalemme in quanto città santa. E’ la seconda città più importante per l’Islam. La questione coinvolge tutti i musulmani nel mondo. Gerusalemme, però, è anche molto importante per i cristiani palestinesi. Israele non l’abbandonerà, poichè una rinuncia rappresenterebbe una vittoria per i palestinesi e per l’Islam. In più, la città santa, poichè situata sulla frontiera tra Israele e la Cisgiordania, occupa una posizione strapegica per la politica espansionistica israeliana. Infatti, bisogna sapere che Israele non ha frontiere ben definite. Non ha neanche una costituzione! Israele ha quindi la flessibilità necessaria per continuare ad espandersi.
Massacrando così selvaggiamente Gaza, quale messaggio vuole far passare Israele?
Il messaggio è: «Israele rimarrà sempre lì, anche con le armi nucleari. Può imporre quello che vuole».
Funzionerà?
No, perchè dall’altra parte ci sono dei combattenti che non hanno più niente da perdere e che sono pronti a sacrificarsi, ciò che non vale per le file del Tsahal. Con il suo attacco, Israele in fondo non ha ottenuto nulla. Al contrario Hamas uscirà rafforzato da questo conflitto. In Cisgiordania, le persone sostengono che se ci fossero delle elezioni, voterebbero per questo partito. Infatti, quelli che resistono vincono sempre.
da www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-11%2019:14:54&log=invitesTraduzione dal francese per www.resistenze.org di CT
Per i media la situazione è chiara : Hamas è un’organizzazione terroristica, integralista e fanatica. Tuttavia, questo movimento ha vinto le ultime elezioni e la sua popolarità non smette di crescere tra la popolazione Palestinese. Perchè ? L’abbiamo chiesto a Mohamed Hassan, uno dei migliori conoscitori del Medio Oriente, autore de L’Irak face à l’occupation...
Cos’è veramente Hamas?
Hamas è un movimento politico nato da uno tra i più vecchi movimenti politici dell’Egitto, i Fratelli Musulmani. La parola «Hamas» significa risveglio, fa riferimento a qualcosa in eruzione… é un movimento nazionalista islamico che può essere paragonato a quello nazionalista irlandese. Di fronte all’occupazione dell’Irlanda da parte dei Britannici, si è sviluppato, a partire dal 1916, un movimento di resistenza, L’Esercito Repubblicano Irlandese. Siccome gli Irlandesi erano cattolici e i coloni britannici protestanti, l’occupante ha tentato di trasformarla in una guerra tra religioni. La religione può essere utilizzata per mobilitare un popolo a favore di una causa.
Quale contesto storico spiega la nascita di Hamas?
Per comprenderlo, dobbiamo prendere in considerazione diversi avvenimenti storici. Il primo è la Guerra dei Sei Giorni (1967) che ha delegittimato il nasserismo. Nasser era un presidente egiziano che ha incoraggiato una rivoluzione araba per l’indipendenza e lo sviluppo. A seguito della pesante sconfitta inflittagli da Israele, la sua ideologia perse influenza. Dopo la sua morte, l’Egitto e Israele entrarono in un nuovo conflitto nell’ottobre del 1973. L’Egitto e la Siria volevano recuperare alcuni territori sotto l’occupazione israeliana. Il conflitto si concluse con un accordo, ma questo procurò una profonda divisione all’interno del mondo arabo tra i paesi pronti ad accettare le condizioni israeliane e paesi che volevano resistere come la Siria, l’Algeria, l’Iraq… La questione palestinese è sempre stata un elemento cruciale in questi conflitti. La resistenza a Israele aveva portato alla formazione dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questa organizzazione è stata creata con l’obiettivo di raccogliere i diversi movimenti di resistenza e unire i loro sforzi per opporsi a Israele. Israele, prima di negoziare con questa organizzazione con gli Accordi di Oslo nel 1993, considerava l’OLP come un gruppo terroristico al quale ha inflitto numerose sconfitte le quali possono spiegare la nascita di Hamas.La prima sconfitta risale al settembre nero del 1970. L’OLP aveva il suo quartiere generale in Giordania dove il re Hussein negoziò un accordo con Israele per reprimere brutalmente l’insurrezione palestinese. L’OLP è stata perciò costretta a fuggire a Beirut, in Libano.La seconda importante sconfitta è avvenuta nel 1982, anno in cui Israele attaccò il Libano e la maggior parte dei combattenti dell’OLP si trovava lontano dalla Palestina. Il QG dell’organizzazione era stato impiantato a Tunisi. E’ in questo contensto particolare che nasce la prima Intifada, nel 1987. L’Intifada era un sollevamento popolare in risposta all’occupazione israeliana che è cominciata da Gaza per espandersi poi in tutta la Palestina. Come ho già detto, l’OLP in quel momento era lontana. Hamas al contrario si trovava in Palestina e prese parte all’Intifada. La prima Intifada segna la comparsa di Hamas, movimento che nacque nelle prigioni ! Le prigioni erano solitamente considerate come luogo di punizione. Ma, dopo che i resistenti dell’Intifada furono imprigionati, questo cambiò. E’ in queste carceri che Hamas cominciò a reclutare e a svilupparsi come organizzazione. Con l’Intifada, Hamas fu esposto all’opinione palestinese, israeliana e internazionale.
Come ha reagito l’OLP all’Intifada?
Con l’Intifada, l’OLP si è divisa in due fazioni : la più forte voleva continuare la resistenza e aveva base a Tunisi, l’altra, meno importante, voleva negoziare un accordo. La parte più debole si nascose e non ebbe il coraggio di difendere le proprie opinioni fino al giorno degli accordi di Oslo in cui essa si manifestò e divenne la più forte. Arafat era dotato di senso strategico e e dopo la fine della prima Intifada utilizzò le differenti correnti palestinesi con l’obiettivo di riportare l’OLP in Palestina.
Quali erano le linee dell’accordo?
Anzi tutto, c’erano quelli che volevano continuare la lotta contro Israele senza alcuna concessione. Arafat doveva isolare questa corrente se voleva ottenere qualcosa. Dall’altro lato c’erano coloro che volevano venire a patti, e essi adesso dirigono il governo palestinese. Infine, c’era la borghesia che sperava di trarre profitto da un negoziato. Arafat li ha utilizzati per ottenere quello che voleva. Questo ha portato alla stipula degli accordi di Oslo nel 1993. Questi hanno permesso all’OLP di ritornare in Palestina ma, a parte questo, rappresentarono un’importante sconfitta. I palestinesi si accontentarono del 22% delle loro terre. Non c’è mai stato nessun altro accordo nella storia che conferisse ad una delle parti solamente il 22% di quello che chiedeva ! L’OLP, da quel momento, non fu più considerata come un’organizzazione terroristica e riuscì a conquistare il riconoscimento da parte di Israele, ma non riuscì a migliorare realmente la situazione a Gaza e in Cisgiordania. Nell’accordo non è stato fatto alcun riferimento per porre fine alla colonizzazione israeliana. Questo aspetto ha screditato l’autorità palestinese tra la popolazione e ha contribuito a far crescere il successo di Hamas in quanto movimento di resistenza. Un altro elemento importante è il fatto che l’autorità palestinese, che riceveva fondi dall’Occidente, è diventata corrotta. Niente indica che Hamas abbia questo problema. Da un lato, le sue principali entrate provengono da un sistema basato sulla carità nel mondo musulmano. Dall’altro, visto che criticano l’autorità palestinese per la sua corruzione, pongono seria attenzione a chè ciò non avvenga nelle loro file.
Come si può spiegare il successo di Hamas?
Lo spiegano tre fattori. Il primo è la prosecuzione della resistenza e il rifiuto di ogni soluzione imposta, così come vuole la popolazione. Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che Hamas pretende il ritorno dei rifugiati del 1948 e del 1967. Nel 1948, dopo la creazione dello Stato di Israele, molti Palestinesi furono espulsi dai loro territori. Con la Guerra dei Sei Giorni, circa 300.000 rifugiati si trasferirono in Giordania. Oggi, sono più di 6 milioni i rifugiati che non hanno il diritto di ritornare nel loro paese! In compenso, in quanto Stato Ebraico, Israele, accoglie qualsiasi ebreo proveniente da qualsiasi parte del mondo: Spagna, Russia, Etiopia… Persone che non hanno mai visto prima la Palestina ! La questione dei rifugiati è un aspetto importante delle riventicazioni dei palestinesi di cui Hamas è diventato il portavoce.L’ultimo fattore che ha contribuito al successo di Hamas è stata l’eliminazione all’interno della comunità palestinese delle persone corrotte da Israele per ottenere delle informazioni. Qualcuno è stato eliminato fisicamente e la maggior parte – delinquenti, alcolisti o spacciatori – sono stati reintegrati attraverso i programmi sociali di Hamas. L’informazione dunque non circolava più. Questo è molto importante. Israele aveva creato una società corrotta nella quale tutti erano contro tutti e ha sfruttato questo per costruire una rete di informazioni e creare un certo controllo sulla resistenza palestinese. E’ tipico di una mentalità coloniale. I Britannici hanno applicato questa strategia in Irlanda del Nord. Niente di nuovo. Ma Hamas è riuscito nell’impresa di distruggere questa rete ottenendo, così, una grande vittoria su Israele.
Qualcuno sostiene che Israele ha deliberatamente favorito l’ascesa di Hamas. E’ vero?
Non esiste alcuna prova. Israele ha tollerato Hamas sperando che sorgessero dei conflitti tra gli stessi palestinesi. Essi [gli israeliani] volevano indebolire l’OLP e Fatah. Ma non si aspettavano la qualità, la capacità e l’organizzazione di cui ha dato prova Hamas sviluppandosi in questo modo. La potenza coloniale considera sempre i suoi sudditi come bambini ingenui.
Come mai un movimento islamista è diventato così popolare in Palestina?
A causa dell’occupazione di Gaza e di altri territori per i Palestinesi non era possibile discutere apertamente ed era impensabile perfino immaginare il loro futuro eccetto in due luoghi: la moschea e l’università. Hamas era già attivo nella prima, ma, in seguito, come qualsiasi altra forza politica, iniziò a farsi sentire tra le organizzazioni studentesche. Hamas ha, quindi, reclutato giovani studenti brillanti, che erano ben visti nella società in ragione della loro devozione e onestà. Era facile per Hamas convincerli, poichè li univa la volontà di resistere. Non è un mistero! Hamas esprime apertamente quello che la popolazione ha nel cuore. Potendo disporre degli elementi più combattivi, più intelligenti e più istruiti della società è diventata una grande organizzazione.
Come hanno reagito le autorità palestinesi all’evoluzione di Hamas?
Esse sono state toccate dalla corruzione e coinvolte negli scandali. Anche i giornalisti palestinesi le hanno condannate per questo. Arafat era una specie di arbitro tra le differenti fazioni. Ma dopo la sua morte le contraddizioni tra Hamas e Fatah sono diventate antagonistiche. Israele ha sfruttato queste divergenze e ha deciso di servirsi di Fatah per intaccare la popolarità di Hamas. Si pensava che non avrebbe mai accettato di partecipare alle elezioni. E’ per questo che si decise di organizzare velocemente una votazione. Tutti furono sorpresi quando Hamas accettò di partecipare, ma nessuno era veramente preoccupato. Si pensava che il movimento, avendo uno stile di pensiero dogmatico e limitato, sarebbe stato battutto facilmente dal partito maggioritario. Contro ogni aspettativa, Hamas ha formato una coalizione e ha offerto un’immagine di sé flessibile, lontano da quello che ci si sarebbe potuti aspettare da un’organizzazione fondamentalista. Infatti, Hamas aspira a creare uno Stato islamista ma la realtà è ben differente.
Hamas instaurerà un regime islamista in Palestina?
Un regime islamista è il fine ultimo di Hamas, ma è necessario comprendere che non potrà mai metterlo in atto. In effetti, sul campo, l’organizzazione è basata su un movimento patriottico. Bisogna sapere che la feroce guerra condotta da Israele contro Gaza non ha mobilitato solo le forze di Hamas ma anche tutte le altre forze patriottiche, comprese quelle di Fatah. Questa aggressione ha unificato il popolo palestinese. Hamas potrebbe diventare un movimento più progressista alleandosi con gli altri movimenti? Per contrastare l’aggressione israeliana, si! L’idea che Hamas possa creare una società basata su modi di produzione islamisti è un’illusione. E’ semplicemente impossibile. In più aspetti, questa organizzazione assomiglia a Hebzollah che sostiene: «Il Libano è un paese dotato di una grande diversità interna, noi non rappresentiamo che una sua parte e il nostro obiettivo è quello di costruire con tutte le altre forze progressiste libanesi un’economia nazionale indipendente». Vorrei farvi notare che nessuno solleva questo tipo di problemi per paesi come l’Arabia Saudita.
Qual è il programma socio-economico di Hamas?
Il suo progetto è un’economia capitalista caratterizzata da un sostanziale intervento dello Stato. Teniamo presente che attualmente, anche i liberali europei chiedono un intervento dello Stato. Se si guarda all’Iran, lì c’è un regime islamista: capitalismo con intervento statale. Ma rifiuta la dominazione esterna e ridistribuisce le richezze derivanti dal petrolio. Per quanto riguarda Hamas, bisogna sapere che non è semplicemente il suo programma sociale che ha convinto i palestinesi, ma soprattutto il fatto che esso incarna la resistenza. E, oggi, la resitenza è quello che conta di più per il popolo palestinese.
Qual è il ruolo della donna per Hamas?
La sua visione della donna cambia dalla teoria alla pratica. Perchè? In Palestina la situazione è molto difficile. Le donne devono lavorare per guadagnarsi da vivere e per educare i propri figli. Hamas non potrà mai impedire alle donne di lavorare e nemmeno forzarle a rimanere in casa. Tranne qualche ricco paese petrolifero, nessuno la pensa così nel mondo arabo. Come potrebbe Hamas ritirare le donne dalla vita sociale se esse rappresentano più della metà degli elementi più attivi del popolo palestinese? Infatti, colui che non rispetta la donna è colui che crede di poterla controllare come fosse un soggetto passivo.Esistono differenze culturali tra il mondo arabo e l’Occidente che non sono ben comprese perchè basate su cliché. Ecco un esempio. Quando andate in una edicola in occidente, vedete su parecchie copertine di riviste le foto di donne bionde, nude e dai grossi seni… Nessuno dice che è disgustoso e che queste donne dovrebbero essere trattate meglio. Ma quando si vede una donna che indossa un velo, si parla di oppressione! C’è una sorta di ipocrisia in Occidente. Per esempio, in Indonesia, l’attuale regime è stato istituito nel 1965 dopo un colpo di Stato nel corso del quale sono stati massacrati milioni di comunisti. Oggi la maggior parte delle donne porta il velo, laggiù. Ma nessuno si indigna poichè l’Indonesia produce petrolio ed è allineata all’Occidente.
Perchè Hamas è rifiutato in Europa?
L’Islam non è ben visto in Europa perchè quest’ultima si identifica con il cristianesimo. Esiste un vero rifiuto al contributo musulmano allo sviluppo della civilizzazione occidentale. In quanto gruppo islamista, Hamas è dunque mal visto. Ma perchè una persona, che condanna il Sionismo, ha un problema con Hamas ? E perchè la stessa persona che sostiene la causa irlandese, non si preoccupa che dietro ci sia un’organizzazione cattolica? Le differenze culturali lo spiegano ed è un fenomeno che è possibile osservare.Sono stato da poco in Egitto. Ho potuto constatare che attraversando il Mediterraneo si assiste ad un cambiamento del modo di pensare. Io non rimprovero gli europei, sono influenzati dalla loro educazione e dalla propaganda mediatica. In più, noi viviamo in un sistema dove dobbiamo sempre individuare dei nemici per giustificare la nostra stessa esistenza. Ma credo sia necessario fare la propria parte. Io stesso, in quanto marxista e abitante in un paese occidentale, sono consapevole delle incompatibilità che esistono con Hamas e Hebzollah. Mi dispiace che la resistenza sia portata avanti da un movimento ispirato all’Islam. Ma, attualmente, queste contraddizioni sono secondarie. In compenso, sono assolutamente contro persone come Abbas o Moubarak, che sono laici ma che servono gli interessi degli Stati Uniti. Leggo le informazioni in arabo, conosco bene la situazione che c’è lì e percepisco le contraddizioni da un punto di vista diverso rispetto alla sinistra europea.
Perchè la sinistra europea non dà il suo supporto alla resistenza palestinese?
Il problema della sinistra europea sta nel fatto che rifiuta di formare una grande alleanza per fronteggiare l’imperialismo, a causa di Hamas, del velo e altri pretesti. E’ per questo che aderendo alla grande alleanza dei Cristiani contro l’Islam partecipa alla «guerra di civiltà» lanciata dagli ideologi americani. Subisce profondamente questa influenza, più di quello che lei stessa crede. Perchè la sinistra europea non esprime la propria condanna quando dei fascisti cristiani, come i falangisti, massacrano i libanesi? Io, in quanto laico, ho sostenuto la lotta degli irlandesi contro l’occupazione britannica e non avevo nessun problema che gli irlandesi fossero cattolici. Il problema dell’europeo è che è stato educato in una civiltà che ha pregiudizi sugli ebrei e musulmani.
Perchè la questione palistenese è così importante per gli Stati Uniti?
La Palesitina è un piccolo paese che a suo malgrado è diventato una delle questioni più scottanti del mondo, questo per due ragioni: la prima è che lo Stato colono (Israele) deve essere difeso dalle nazioni imperialiste, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, affinchè diventi la potenza egemone del Medio Oriente. Questo è un modo per annientare il movimento rivoluzionario democratico nella regione. Se si elude la questione palestinese, si ostacola un’allenza del mondo arabo con i fronti della resistenza in Irak, in Libano… Prima era lo Shah dell’Iran a rivestire il ruolo di poliziotto nell’area. Gli Stati Uniti avevano favorito la creazione di una dittatura militare per favorire i loro interessi nella regione. Oggi, questo ruolo spetta a Israele. A testimonianza di ciò è esemplificativa la rivoluzione in Yemen del Nord negli anni Sessanta. Era stato progettato un golpe da alcuni ufficiali appoggiati dall’Egitto al fine di instaurare una repubblica democratica. Lo Sceicco che governava lo Yemen fuggì in Arabia Saudita. Allora, i Britannici inviarono delle truppe per combattere la giovane repubblica e schiacciare il movimento nazionalista arabo, mentre, altri soldati, addestrati da Israele, furono impiegati per combattere le forze di liberazione. Israele, allo stesso modo, inviò sue truppe anche in Salvador, Sri Lanka e Colombia. Infatti, ovunque sono coinvolti gli Stati Uniti, anche Israele lo era e lo è.La seconda ragione è la contesa di Gerusalemme in quanto città santa. E’ la seconda città più importante per l’Islam. La questione coinvolge tutti i musulmani nel mondo. Gerusalemme, però, è anche molto importante per i cristiani palestinesi. Israele non l’abbandonerà, poichè una rinuncia rappresenterebbe una vittoria per i palestinesi e per l’Islam. In più, la città santa, poichè situata sulla frontiera tra Israele e la Cisgiordania, occupa una posizione strapegica per la politica espansionistica israeliana. Infatti, bisogna sapere che Israele non ha frontiere ben definite. Non ha neanche una costituzione! Israele ha quindi la flessibilità necessaria per continuare ad espandersi.
Massacrando così selvaggiamente Gaza, quale messaggio vuole far passare Israele?
Il messaggio è: «Israele rimarrà sempre lì, anche con le armi nucleari. Può imporre quello che vuole».
Funzionerà?
No, perchè dall’altra parte ci sono dei combattenti che non hanno più niente da perdere e che sono pronti a sacrificarsi, ciò che non vale per le file del Tsahal. Con il suo attacco, Israele in fondo non ha ottenuto nulla. Al contrario Hamas uscirà rafforzato da questo conflitto. In Cisgiordania, le persone sostengono che se ci fossero delle elezioni, voterebbero per questo partito. Infatti, quelli che resistono vincono sempre.
da www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-11%2019:14:54&log=invitesTraduzione dal francese per www.resistenze.org di CT
Siamo tutti migranti
sabato 28 febbraio 2009Circolo 1° Maggio
via di Porta San Marco, 38
SIAMO TUTTI MIGRANTI
Quando la realtà è diversa da quella che ci descrivono
L’immigrazione non è un’emergenza ma un processo normale, da sempre e da ogni luogo. La storia delle migrazioni degli ultimi due secoli è strettamente connessa ai rapporti di potere economici e sociali, all’interno dei quali i lavoratori salariati, precari o senza diritti rappresentano l’anello più debole della catena, la risorsa dalla quale trarre sempre profitto. Fin dalla legge Martelli del 1990 l’immigrazione è stata intesa come un problema d’ordine pubblico, da controllare e regolamentare, piuttosto che come una risorsa. Il governo Berlusconi, con gli ultimi provvedimenti di legge e con quelli attualmente in discussione, ha ulteriormente esasperato il pericoloso binomio immigrazione=insicurezza, una tesi priva di qualsiasi fondamento.
ore 20.00 – Cena conviviale ( piatti etnici )
ore 21.30 - parliamone con
Roberto Niccolai (Studioso delle migrazioni e coordinatore Sportelli Informativi per Migranti)
Sergio Bontempelli (Presidente Associazione Africa Insieme di Pisa)
ore 21.30 - parliamone con
Roberto Niccolai (Studioso delle migrazioni e coordinatore Sportelli Informativi per Migranti)
Sergio Bontempelli (Presidente Associazione Africa Insieme di Pisa)
Comitato Antifascista San Lorenzo
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